La giudecca a Nicosia prima del 1492.

 

A Nicosia (EN, da “Nike”, ovvero “vittoria”) si sono scoperte tracce di architettura ebraica medievale. Questa città, nata tra i monti Nebrodi e le Madonie, fu un'antica fortezza bizantina. Essa è onusta di storia ed eredita un tipico singolare dialetto gallo-italico. Analogamente i cognomi autoctoni sono impregnati di cotale storia. Essa è una città pia ed è stata eretta ad episcopato nel 1812.
I manufatti specifici di un insediamento ebreo si rinvegono nell'aggregato di origine grecobizzantino nel cuore della Sicilia. Lo status di comunità ebraica è costituito dal Mikweh,
ovvero dai ruderi del bagno rituale.
Le regole degli ebrei sono tassative riguardo alla ritualità. Una grande autorimessa occupa
oggi la zona di Via S. Agrippina, dov'era la giudecca di Nicosia. Introduce un locale
rettangolare orientato sudovest-nordest. Un'esedra seguita da una volta e un arco a sesto
acuto sorretto da piedritti con mensole in pietra conducono ad una porta riquadrata che
apre su di una cisterna di quasi un metro cubo di acqua. La cisterna, ricavata nel
terrapieno, è a ridosso della parete presso l'esedra. Un foro a muro evidenzia il corso
dell'acqua che sgorgava nella cisterna a Mikweh, secondo rituale. Un altro vano confinava
con il versante est e si ritiene che ivi fosse la nuova Sinagoga, autorizzata nel 1431. Nel
1492, invece, i reali di Spagna con Ferdinando II vicerè di Sicilia, in clima di piena
inquisizione, decretarono l'espulsione degli Ebrei e si ipotizza che l'edificio fu riadattato a
chiesetta, dedicata a Sant'Agrippina, come indica l'attuale toponomastica.
Rivalità religiose e civili tra i due quartieri dei mariani (vecchia nobiltà, chiesa di rito greco)
e dei nicoleti (nobiltà in ascesa di rito latino), non turbavano la minoranza ebrea. Nei secoli
XIV e XV l'insediamento della comunità ebraica, presente sin dal trecento, a Nicosia aveva
caratterizzato ed influenzato una ripartizione della struttura sociale che si conservò anche
dopo il loro allontanamento. Alcuni di loro, obbligati a convertirsi al cattolicesimo, rimasero
in loco poichè avevano contribuito ad edificare una economia florida, grazie alla quale
avevano prestato nel 1415 ben trenta onze alla monarchia. Avevano, inoltre, alimentato
una caratteristica stratificazione di ceti sociali: cavalieri, giuristi, mercanti, artigiani e
contribuito a costituire una casta di ventiquattro baroni, parecchi nobili in rapporto alla
estenzione del territorio. Alla metà del quattrocento i residenti ebrei erano circa
ottocentottanta, un sesto degli abitanti di Nicosia ed il 2,2% di tutta la Sicilia, all'epoca
dell'espulsione. Il calcolo, compiuto dallo studioso Henry Bresc, si basò sull'ammontare
delle collette versate alla corona. La giudecca di Nicosia fu obbligata a versare, perchè
florida, ventidue onze mentre quella di Siracusa, tanto più numerosa (37.000 anime
nel 400), versava cinquanta onze e due tarì.
Gli ebrei erano attivi nel commercio, i cristiani, in maggioranza, si occupavano di
pastorizia. Tra la fine del trecento e la metà del quattrocento alcune famiglie ebree, gli
Akim, i Cassuni e gli Zikri, avevano frequenti cospicui scambi commerciali con i
palermitani, collegati con i mercati toscani. Il commercio al dettaglio e all'ingrosso di tessuti
pregiati era florido mentre attività non minori esercitavano i conciatori di pelli, i pellettieri e
anche i calzolai. Meno diffuse erano le professioni ma alcuni si occupavano di medicina.
Noto tra questi nel 1357 fu l'ebreo maestro Beniamino Cassone di Nicosia che si abilitò
per l'esercizio della medicina. Nel 1376 esercitò la medicina l'ebreo Salamone mentre nel
1414 Manuele da Nicosia fu prosciolto dall'accusa di esercizio abusivo di professione
medica.
Certo Aron Cassuni era il rabbino di Nicosia, circa alla metà del quattrocento, e si
occupava anche di amministrare il culto ai fedeli dei paesi vicini.
Per l'ebreo tra alimentazione e spiritualità il rapporto è strettissimo. La macelleria kasher
per gli ebrei nicosiani era gestita da Giovannello de Arena di Caltagirone il quale
osservava i divieti previsti in ben tre passi dalla Torah e cioè: – la distinzione tra animali
permessi e proibiti, – la macellazione rituale degli animali permessi, – il divieto di
consumare il sangue: segno del patto tra Dio e Israele e segreto della vita, quindi
patrimonio esclusivo del Creatore, – il divieto di consumare alcune parti di grasso, – il
divieto di mangiare il nervo sciatico, – il divieto di cibarsi di parti tratte da animali vivi, – il
divieto di mangiare un animale permesso qualora presenti malattie o difetti fisici, – il
divieto di mescolare carne e latticini nello stesso pasto. Riguardo ai cibi, infatti, le regole
provengono dal Pentateuco (A.T.: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) e dalle
prescriizioni giuridiche, religiose e ritualistiche del Talmud (III-V sec. d.C.). Queste
contengono la dottrina giudaica post-biblica in forma di sentenze fondamentali e di
interpretazioni e ampliamento delle stesse. Mani ebraiche, per esempio, cagliavano
mediante coagulanti vegetali il formaggio. Il vino con uva pigiata sempre da ebrei era
conservato in cantine e non era permesso che i cristiani collaborassero.
Nel XV sec. gli ebrei nicosiani eleggevano autonomamente rappresentanti politici e si
organizzavano come le altre comunità dell'isola. Il potere centrale era gestito dai vicerè
Lop Ximen Durrea (1456) e Giovanni de Moncayo (1460). Essi nominarono
rispettivamente Andrea de la Via, governatore della Giudecca e poi Giovanni de Calì
capitano della etnia ebrea con lo scopo, non tanto nascosto, di controllare quella comunità
consistente e ricca. Nonostante il ruolo della giudecca non fosse trascurabile, gli aspetti
sociali ed economici restano scarsi di documentazione.
Curiosità di cronaca. Nel 1444 è segnalata l'ammazzatina, per mano di mastru Giovanni lu
Blascunaru, dell'ebreo Glauco. Il reo fu condannato a vita ma il visconte di Gagliano
ridusse significativamente la pena a due anni. Nel 1457 la municipalità proibì alle levatrici
cristiane di assistere le partorienti ebree, senza fornire motivazioni. Mancano notizie di
attività finanziarie rivolte all'usura che altrove, anche in Sicilia e in particolare a Randazzo
(v. Henry Bresc), erano cagione di malintesi con ebrei.
L'11 settembre del 1492 fu una data nefasta specialmente per gli ebrei indigenti che, in
seguito all'editto d'espulsione perpetua dei reali di Spagna, dovettero consegnare i loro
beni, già inventariati e fuggire oltre i confini dell'impero. Gli ebrei benestanti e ben inseriti
socialmente nel territorio nicosiano, come altrove, preferirono convertirsi al cristianesimo e
godere dei benefici che si erano conquistati. Alcuni ebrei, sebbene si fossero convertiti,
restarono fedeli alla legge mosaica. I loro dati sono stati rilevati con scrupolo da Francesco
Renda.
Ferdinando d'Aragona nel 1474, sotto papa Sisto IV, aveva istituito il Tribunale del
Sant'Uffizio. Alcune decisioni sono documentate. Nel 1521 il merciaio Sigismondo di
Geraci, accusato di eresia fuggì e, sette anni dopo, Giovanni Muzzicato, pure merciaio,
subì la stessa accusa. Ai contumaci una sentenza cosiddeta “in statua” consentì di
confiscare i loro beni. Stessa sorte toccò a Pedro de Angrida e moglie anche se, caso
raro, Pedro viene successivamente indicato come marrano affiliato all'inquisizione. Le
ricerche ovviamente non si esauriscono in queste brevi note e necessitano di ulteriori
approfondimenti.
Angelo Benedetto Gentil


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