Chi erano gli ebrei siciliani?

di Mariarosa Malesani


Narra una leggenda che dopo aver distrutto il Tempio di Gerusalemme ( 70 D.C. ), il malvagio Tito riempì tre navi di uomini e donne ebrei e li abbandonò al mare senza un capitano. Dio mandò una Tempesta e le fece naufragare in tre reami: la prima a Genova, la seconda in Sicilia e la terza in Africa.
L’arrivo di gruppi di ebrei a Siracusa è difficile da datare , poiché ci sono pochissime testimonianze dirette dal momento che mancano documenti cartacei ed epigrafici; solo negli ultimi anni si sono trovati reperti che aprono qualche spiraglio in più. Molta parte della storia siracusana manca dei necessari supporti per poterla raccontare approfonditamente dal momento che calamità naturali, invasioni ed anche incuria hanno cancellato archivi, raccolte e reperti. Per quanto riguarda gli ebrei abbiamo una difficoltà in più perché, dopo la cacciata del 1492, vennero cancellate le tracce della loro più che millenaria permanenza, quasi con accanimento, soprattutto da parte dell’autorità religiose e dalla Santa Inquisizione. Si ha anche un tentativo di oscuramento degli edifici civili e religiosi: la sinagoga viene trasformata nella chiesa di s. Filippo Apostolo e pure S. Giovannello occupa il posto di luogo di culto ebraico.
 

 

    Siracusa - Chiesa di S. Giovanni Battista

Dietro questa chiesa è stato ritrovato in via Alagona, sotto il palazzo Bianca, un ipogeo che ha le caratteristiche di un bagno rituale ebraico, il miqweh. Il ritrovamento di un documento notarile del 1496 ha confermato che la sinagoga medievale di Ortigia era l’attuale S. Giovanni Battista e quindi il miqweh di Via Alagona è il proseguimento posteriore dell’area della sinagoga. Notizie, comunque, da confermare, anche se già sicure.
Secondo l’archeologia il primo ebreo siciliano è documentato dalle catacombe di Roma: Amachios da Catania. Vive intorno al III sec. a.C. e porta un nome greco che è la traduzione di Shlomo.


Come e quando, dunque, arrivarono i primi ebrei a Siracusa?
Ricordando che Siracusa era un punto di transito e di sosta per quanti venivano dall’Oriente è facile presumere che i giudei fuggendo, dopo l’occupazione romana conclusa da Pompeo nel 59 a.C., siano giunti in questa città. Notizie, poco confermate, danno gli ebrei presenti fin dal II sec a.C. e anche che vennero come prigionieri della Guerra Giudaica; Gioseffo ne conta fino centomila venduti come schiavi e mandati dai patrizi romani, che li avevano comprati, a coltivare la terra. Da schiavi divennero liberti e quindi coloni e data la loro naturale capacità di fare affari, molti riuscirono ad arricchire attirandosi l’odio dei residenti e cominciò così un rapporto difficile che più tardi li oppose, principalmente, ai cristiani.
La presenza di questa comunità si trova dapprima nella zona di Acradina, dove resti di ogni genere dimostrano che vi si mescolavano tutte le religioni e tratteggiano il difficile passaggio dalla cultura antica a quella medievale. Vi sono ipogei ebraici, ebraico- cristiani, inumazioni pagane che testimoniano una società siracusana notevolmente differenziata che mantiene il suo ruolo di crogiolo politico- commerciale- religioso, approdo naturale anche del messaggio cristiano.
Approdo che toccò Marciano nel 39 ,mandato da S. Pietro che, trovandosi ad Antiochia, voleva espandere il messaggio cristiano nelle principali città dell’Impero. In Occidente, Siracusa era la città della Sicilia che fungeva da ponte per Roma ed ospitava, oltre ai nativi, i latini e moltissimi ebrei.
Marciano si mise all’opera e in poco tempo il numero dei convertiti si fece sempre più grande. E, dice il Privitera, scelse come luogo di culto una grotta sotterranea presso la mura di Acradina, vicina ai templi di Giove e di Bacco e ai Bagni di Venere e soprattutto alla Sinagoga degli Ebrei, “ tollerati e viventi in disparte in quella contrada”. Lo scopo era quello di tentare di convertire insieme i gentili e gli ebrei.

Pare comunque che tutti i nuovi arrivati in città trovassero rifugio in caverne e ricoveri che si trovavano in quella zona. Queste grotte , chiamate Pelopie o Pelopee ( dal nome di un architetto) o forse dalle parole pelos (nero) e opi (antro) per sottolineare l’oscurità delle grotte che erano profonde ed interminabili, quasi certamente antichi acquedotti dell’epoca greca ed avevano ospitato comunità ebraiche dopo la distruzione del Tempio, assumendo la denominazione di “ grotte dei poveri”.

Molte notizie ci sono state offerte dall’encomio di S. Marziano, un panegirico elaborato nel VII sec. per ribadire la fondazione della Chiesa siracusana da parte di s. Pietro, che offre tra l’altro una testimonianza della presenza molto consistente di ebrei che nel III sec. resistevano all’evangelizzazione.


Gli ebrei sotto la dominazione bizantina
Si possono distinguere due fasi dell’insediamento ebraico: la prima va dall’epoca repubblicana fino alla conquista araba nel IX sec. e la seconda dall’invasione mussulmana fino all’espulsione del 1492. Gli arabi favoriscono l’immigrazione di consistenti gruppi di ebrei dal Nord Africa e nasce un ebraismo di stampo magrebino che scrive l’arabo con l’alfabeto ebraico e che ha lasciato a Siracusa tracce nella Toponomastica, nell’onomastica, nel dialetto, nella cucina e nell’artigianato, in sintesi in tutto ciò che definisce comunemente l’identità siciliana. Gli ebrei nel XIV sec. e nei successivi erano a Siracusa la comunità più numerosa di Sicilia e si parla di 5000 o addirittura 8000 presenze.
Nell’età di Gregorio Magno la tolleranza e la relativa liberalità del Papa, convinto della necessità di convertire gli ebrei, ma senza metodi coercitivi, in contrasto con la posizione antisemita degli imperatori bizantini e in particolare di Giustiniano, che operarono un declassamento tramite la loro esclusione del cursus honorum e dal divieto di possedere schiavi. A quell’epoca gli ebrei non erano solo proprietari di terre, affittuari delle mansae delle chiese,ma soprattutto artigiani e commercianti di schiavi, attività che essi mantennero per tutto il medioevo.
Le lettere di Gregorio Magno testimoniano che una calcolata tolleranza veniva esercitata nei confronti dei mercanti e soprattutto di schiavi, cui le autorità bizantine riconoscevano un’importante funzione economica a beneficio delle classi più abbienti. La relativa moderazione rispondeva a precise esigenze politiche; da un lato la conservazione della pace sociale e dall’altro la necessità di procurare manodopera, indispensabile per la sopravvivenza delle province bizantine. L’ambiguità della condizione degli ebrei nell’impero bizantino, discriminati per motivi religiosi dalle leggi, ma tollerati per i ruoli economici insostituibili, rimane una costante della loro storia nei paesi della diaspora.
A Siracusa alla fine del VII sec. gli ebrei si spostano dalla terraferma in Ortigia, nel Quartiere che ancora oggi si chiama Giudecca, per potersi difendere meglio dalle incursioni saracene.

Dagli atti notarili e dai documenti della Genizah si evince che gli ebrei siracusani praticavano il commercio, le attività di tessitori di seta, di tintori e conciatori di pelli, medici banchieri, ingegneri, astronomi, agricoltori e naviganti e che la loro attività apportò benefici economici alla città. Durante l’impero bizantino a Siracusa c’era il IV° dei nove Baffi, cioè un grande opificio imperiale per la tessitura e la tintura in porpora di lane e sete.
A Siracusa, divenuta nel 663 capitale dell’impero, si rivolse l’attenzione di Roma, del Papato e di Bisanzio che videro nella città l’ultimo baluardo della resistenza antimussulmana. Mercanti greci, siriani ed ebrei sono protagonisti della prosperità della città scelta da Costante come capitale dell’impero in un’epoca di rilancio dell’economia che avrebbe fornito alla corte notevoli mezzi finanziari.
Ortigia diventa il luogo più rispondente alle esigenze difensive,strategiche ed economiche e comincia a cambiare il suo tessuto urbanistico. Il tempio pagano di Atena diventa Cattedrale ad opera del vescovo s. Zosimo.
E’ probabile che in questo frangente la comunità ebraica si sia trasferita da Acradina ad Ortigia e nella vita di s. Zosimo si legge che chiesero di poter edificare una sinagoga al posto di quella distrutta dai Vandali ( tra il 457 e il 536 ), ma ottennero un diniego. Il permesso venne concesso per intercessione di un notabile bizantino a dimostrazione che il potere laico favoriva le attività degli ebrei mentre quello religioso negava concessioni a coloro che chiamavano nemici di Dio. Lo spostamento in Ortigia, oltre che per motivi di difesa dalle incursioni arabe, era motivato dalla necessità di essere vicini ai centri del commercio e dei poteri politici e religiosi.


La Giudecca di Siracusa

Il quartiere, sito nella parte orientale dell’isola, perché idealmente rivolto verso Gerusalemme, aveva una connotazione comune a tutti i quartieri giudaici. Gli ebrei siracusani erano già stanziati ad Ortigia quando la città subì il primo assedio arabo nell’827 ( la conquista definitiva avviene nell’877).
La Giudecca era autosufficiente, comprendeva le botteghe e il mercato, l’ospedale, il macello, la casa dei limosinieri, la sinagoga, i bagni. Ai confini c’erano cancelli d’accesso che venivano chiusi al tramonto ed era proibito uscirne. Il divieto imposto nel periodo di maggiori turbolenze fra le due etnie, ebrei e siracusani, aveva lo scopo di evitare, almeno di notte, il verificarsi di risse e tumulti frequenti durante il giorno. La convivenza, salvo brevi parentesi e solo in forza di regi decreti, non fu mai pacifica.

Ancora oggi Siracusa è l’unica città siciliana ad avere un quartiere chiamato così e in Italia sono pure poche; la più celebre è la Giudecca di Venezia ( il nome potrebbe derivare dall’isola che era un bagno penale e quindi il nome deriverebbe dal veneto judegà (giudicato )).

Questo grosso quartiere è una specie di quadrilatero delimitato dalla via Maestranza a nord, dalla via Roma a Ovest, dalla via Larga a sud e dalla via Alagona a est. Ha mantenuto il vecchio tracciato della città greca, in difformità dalla Graziella che mantiene l’impronta araba e dal Duomo e Castello che rivelano l’origine medievale e barocca. E’ percorso in tutta la sua lunghezza dall’attuale via della Giudecca e dai caratteristici vicoli, dove gli ebrei, un tempo, riutilizzando le vecchie strutture inserirono i loro edifici religiosi e civili.
Il quartiere era ricco di una dozzina di sinagoghe, fatte con pietre da taglio e pilastri di marmo, segno che nonostante i divieti fatti nei vari momenti storici di poter restaurare gli edifici o abbellirli, gli ebrei siracusani godevano perlomeno di “distrazioni” delle autorità in cambio dei vantaggi economici che assicuravano alla città. Era, quindi, molto ben tenuto. La sinagoga principale, secondo il Privitera e il Capodieci, sorgeva sul perimetro dell’attuale s. Filippo Apostolo; c’è pure il bagno sotto Casa Bianca e la cisterna del vicolo Oliva che insieme alla sorgente sotto s.Filippo fanno pensare ai bagni purificatori.

Di fronte alla sinagoga principale c’era uno dei mercati più popolosi della città. Nei tempi di maggiore tolleranza questo mercato era frequentato dai siracusani che vi andavano ad acquistare soprattutto pelli e stoffe colorate. Le beccherie e i trappeti dell’olio creavano un gran movimento di affari; anche il vino era molto apprezzato e gli ebrei coltivavano la vite nel quartiere di S.Lucia. Secondo la legge giudaica essi non dovevano vendere vino annacquato o mescolato con qualità inferiori, non dovevano vendere frutta e verdura con prezzi superiori a quelli imposti. C’era anche il secondo mercato del pesce della città.
Gli ebrei furono dei bravi artigiani e commercianti , vendevano di tutto dalle candele alle botti, qualsiasi tipo i corda e qualunque tipo di tessuto, dagli oggetti di uso quotidiano ai generi alimentari. Erano senz’altro la parte più attiva della popolazione siracusana di cui rappresentavano un quarto.


I Normanni e gli Aragonesi

La giudecca nel periodo arabo aveva una funzione residenziale e quindi si dovettero studiare delle difese dalle invasioni barbariche e dall’attacco delle intemperie, ma con la conquista normanna assunse sempre più quella di centro religioso e così continuò sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi. I normanni scesero in Sicilia anche con l’intento politico di affermare il Cristianesimo e perciò limitarono la libertà di idee e di attività degli ebrei, della quale avevano goduto sotto gli arabi. Intorno al 1180 promossero la costruzione della Chiesa di s. Giovanni Battista, le cui forme attuali sono invece quattrocentesche.
Questo atteggiamento delle autorità portarono i primi contrasti con la popolazione cristiana che, sotto Federico II di Svevia, divennero tumulti. Gli ebrei erano considerati “servi camerae regis”, anche se godevano dei diritti civili.
Gli Aragonesi li sottoposero a dure leggi e limitarono la libertà di culto, imposero tasse e tributi straordinari , oltre la “Gesia” che già versavano agli arabi per essere tollerati. Nel 1312 Federico II d’Aragona impose agli ebrei di risiedere in quartieri separati da quelli cristiani e posti in zone marginali, ma a Siracusa, per la sua particolare condizione di città fortezza, il borgo ebraico si trovava dentro le mura ed aveva case modeste, al massimo con due piani,che resistettero molto bene al terremoto del 1693. Come abbiamo accennato, gli aragonesi vi destinarono gli ebrei costringendoli a vivere in umili abitazioni incastrate tra gli enormi volumi architettonici dei conventi domenicani, degli agostiniani, delle carmelitane dove sarebbe stato molto difficile fare proseliti della religione ebraica tra i siracusani, al contrario era facile agli inquisitori domenicani sorvegliarli. Il re Federico II ordinò anche che dovessero avere un macello proprio nella zona orientale e che al vespro non potevano uscire dal ghetto ( nome che deriva dal quartiere veneziano riservato agli ebrei che occupava la zona della fonderia, detto getto ).
Vengono obbligati a portare un contrassegno sui loro abiti e nelle insegne delle botteghe, la “rotella Rossa”.

Benché da secoli fossero insediati nella città,erano sempre considerati stranieri, anche perché l’emarginazione li faceva rinchiudere sempre più nella loro comunità e in più le loro leggi e i loro riti continuavano a differenziarli, ma la loro laboriosità e il loro contributo alla vita commerciale e artigianale li faceva tollerare, così come accadeva al tempo dei bizantini. Erano costretti a prestare dei servizi gravosi e umilianti come spazzare i castelli e le caserme, vuotare le fogne e prestare la ronda di notte. Gli ordinamenti del re Federico II d’Aragona furono rinnovati dai re Martino e Ferdinando I, ma il re Alfonso mitigò questo divieto e prima nel 1431 e poi nel 1450 stabilì con il rabbino messinese, Mosè Bonavoglia, rappresentante di tutti gli ebrei siciliani, che potevano liberamente vivere dentro e fuori dal ghetto e non erano obbligati ad assistere alle feste cristiane, come succedeva in precedenza: tutto in cambio di un donativo di 10.000 fiorini.


 L’editto di espulsione del 1492

Ma l’odio del popolo contro di loro era antico e radicato e spesso nelle piazze e nei mercati si attaccavano baruffe, si eccitavano risse. Erano fatti segno di ingiurie e motti che li facevano irritare e poiché erano sempre in minoranza e passavano dalla parte del torto. Inaspriti cercavano in tutti i modi di vendicarsi commettendo misfatti. L’animosità si faceva sempre più aspra e la Santa Inquisizione era sempre più immanente, tanto che sembrava che da un momento all’altro potessero essere trucidati a furore di popolo. (Ci furono massacri a Scicli, Modica e in altri centri…) Perciò, nel 1455, molti dei ricchi ebrei, con la scusa di fare un pellegrinaggio a Gerusalemme, cercarono di fuggire con tre navi, ma furono scoperti e vennero arrestati e puniti. La situazione aveva raggiunto il culmine in tutta la Sicilia e le ordinanze regali non avevano più efficacia e non riuscivano ad impedire spargimenti di sangue.
A Siracusa il frate francescano Giovanni Pistoia, predicando la quaresima del 1487, si scagliò così violentemente contro gli ebrei che se le autorità cittadine non avessero aumentato le forze armate, si sarebbe fatta una strage. I tumulti, sempre più frequenti e l’intolleranza verso le religioni non cristiane, l’enorme potere economico e quindi potenzialmente politico che i capi avevano acquisito, convinsero re Ferdinando il Cattolico ad emanare un editto, il 31 marzo 1492, di espulsione dai suoi stati di tutti gli ebrei. Il decreto reale fu applicato con estrema durezza e anche se fu dettato da necessità contingenti, non mancò di suscitare pietà verso un popolo così sventurato, ma soprattutto ci si accorse quale grave danno all’economia del regno si era recato spopolando la Spagna e la Sicilia Solo in poche città siciliane, e quasi sempre in quelle con le più vaste comunità ebraiche, restarono diversi giudei perché convertiti, e fra queste soprattutto Siracusa. Sarebbe stato un disastro per l’economia e il commercio della città se il vescovo Dalmazio da Sandionisio non si fosse adoperato a convertire al cristianesimo numerosi giudei, che così ottennero dal Governatore della Camera Reginale, Giovanni Cardenas, il permesso di rimanere. Da allora i giudei convertiti (Marranos) ottennero gli stessi diritti dei cittadini di Siracusa e molte famiglie a seguito di questo atto rimasero a Siracusa per non affrontare ulteriori difficoltà e per non lasciare gli affari, ma accettarono mal volentieri la fede cattolica per convenienza e tranquillità familiare.
Fattisi cristiani entrarono di diritto a far parte della cittadinanza siracusana, ma molti di loro in segreto rimasero di fede ebraica e continuarono a professare la loro religione nel chiuso delle case. Se l’intenzione dei re cattolici era di cancellare la forte presenza ebraica nell’isola, il fallimento fu totale. Ciò che ottennero fu solo la distruzione dell’ebraismo che operava alla luce del sole. Fu distrutta la qualità e il danno fu enorme, non solo economico, ma di ordine culturale e morale. Non scomparvero solo i medici ebrei, gli artigiani ebrei, i mercanti ebrei scomparvero anche gli intellettuali e gli studiosi, i libri, la civiltà…Gli ebrei come etnia, come professione religiosa, come insieme di valori, furono totalmente cancellati dalla storia dalla Sicilia. L’espulsione della comunità ebraica, così radicale da non lasciare alcuna sopravvivenza nei secoli successivi, non ebbe per l’isola le disastrose conseguenze che si registrarono in Spagna, grazie alla facilità con la quale furono accolte le numerose e indisturbate conversioni. Gli ebrei convertiti continuarono le attività precedenti e le conseguenze furono meno pesanti.

Il termine ultimo per la partenza dalla Sicilia, per chi non si fosse convertito, era il 12 gennaio 1493. l momento di lasciare l’isola, l’ebreo doveva avere alienato integralmente i propri beni e regolato ogni pendenza economica con i cristiani, e sanato ogni pendenza con l’erario . A conclusione di ciò poteva portare ciò che rimaneva sotto forma di lettera di cambio, essendo vietato l’asporto di moneta e di animali. Si poteva portare il vestito indossato, un po’ di vettovaglie, una coperta di lana, due paia di lenzuola e la somma di tre tarì, portata a sei per i più ricchi. Era tutto ciò che rimaneva di una intera vita.


La comunità dopo il 1492

Non solo per evitare le espulsioni, ma anche quando fu abbandonata la speranza che il bando fosse revocato, molti preferirono convertirsi e ritornare piuttosto che continuare a vagare. I cacciati attraversarono lo stretto e si stabilirono in Calabria nella speranza che le cose tornassero come prima, ma nel 1542 furono espulsi anche da Regno di Napoli e proseguirono il loro viaggio; alcuni andando verso oriente fino a Salonicco, Costantinopoli, Cipro e Gerusalemme; altri proseguirono verso nord ed andarono a Roma, a Venezia, a Padova , in altre cittadine del Veneto e a Lugo di Romagna, come si evince da lapidi dei cimiteri ebraici, con nomi che riportano quelli di ebrei siracusani.

Dopo il 1492 i rapporti tra cristiani ed ebrei divennero sempre più difficili. Nel 1553 il Papa Giulio III condannò il Talmud come opera anticristiana e ne prescrisse il rogo, creando una ferita insanabile nell’animo degli ebrei in tutta Italia. Nel 1555 poi, in pieno Concilio di Trento, la svolta antiliberale della Controriforma investì in pieno anche le comunità ebraiche: papa Paolo IV emanò infatti una durissima bolla ( Cum nimis absurdum) nella quale venivano elencati una serie di obblighi e restrizioni che i governanti dei vari stati avrebbero dovuto applicare nei confronti dei giudei.

La popolazione ebraica in Sicilia sul finire del XV sec. è stata calcolata di 37.000 persone all’incirca, che vivevano in sei città Palermo (5000), Siracusa (5000), Trapani, Marsala, Messina e Sciacca. Queste ultime città avevano un numero di componenti che variavano tra i tre e i due mila anime.

Battezzarsi significava cedere alla corona quasi la metà dei propri beni, senza contare che non per questo non si sarebbe stati visti con sospetto e di malocchio e tuttavia vi furono quelli che, pur di non affrontare l’espulsione, si convertirono.
Fino alla fine del secolo si hanno poche notizie degli ebrei convertiti di Sicilia. Lo stesso Sant’Uffizio pare ignorarli. Sul finire del ‘500, un editto però pone di nuovo in luce il problema. Si proibisce ai conversi di lasciare l’isola senza uno speciale permesso, pena la scomunica e la confisca dei beni. Il 10% dei beni confiscati sarebbe servito per ricompensare gli informatori, mentre il Sant’Uffizio avrebbe potuto imporre multe a suo piacimento. Nei decenni successivi si cominciò a ritenere che l’espulsione degli ebrei e i limiti imposti ai conversi avessero costituito un ulteriore colpo per la declinante economia siciliana. Nel 1695 gli ebrei furono invitati a rientrare, ma memori del passato si guardarono bene dal rientrare . Un nuovo invito, non accolto, assai più liberale del precedente,si ebbe nel 1727. Poi nel 1729 uscì un Indulto, Editto pubblicato in Messina, in cui il re dichiarava la città Porto Franco e invitava gli ebrei ad abitare colà, concedendo diversi privilegi per un maggiore ampliamento del commercio. Ma per una sotterranea opera della Chiesa o per altro, il porto franco non si fece e a Messina non si vide alcun ebreo. Dopo varie esperienze gli ebrei vengono nuovamente espulsi dal regno di Napoli il 30 luglio 1747 ed anche la Sicilia fu colpito dal bando. Nel 1784 Ferdinando IV emanò un altro decreto in occasione della creazione del porto franco a Messina col quale era concesso agli ebrei di stabilirsi nella città, ma non venne nessuno. La Sicilia e gli ebrei si erano detti addio nel 1493 e non si riallacciò più il legame allora così dolorosamente troncato.Con l’arrivo dei francesi dopo il Trattato di Campoformido si diffuse in tutta Italia una nuova posizione molto più tollerante, vengono aboliti i Ghetti e tolto l’obbligo di portare il contrassegno sugli abiti e sulle insegne delle botteghe. Negli ultimi secoli avevano di volta in volta acquistato e perso il diritto di esercitare professioni come quella dell’avvocato e del farmacista o del politico e di poter acquistare terreni. Dopo l’apertura dei ghetti si inserirono rapidamente nella società, cambiando radicalmente il modo di vivere allontanandosi il più possibile dai modelli di comportamento che per secoli avevano dovuto tenere.
Dopo l’unità d’Italia, pur mantenendo le loro peculiarità religiose e l’organizzazione delle varie comunità la loro storia non è distinta da quella del resto della popolazione. L’integrazione nella società divenne pressoché totale e, sfogliando gli archivi è possibile trovare ebrei impegnati in tutte le professioni.. I rari episodi di intolleranza e antisemitismo non modificano la sostanziale parità raggiunta.
La vita degli ebrei a cavallo fra il XIX e il XX sec. mostra un progressivo decadimento culturale e religioso. L’integrazione raggiunta e la relativa libertà vennero bruscamente interrotte e sconvolte dall’emanazione delle leggi razziali del 1938. Il regime fascista imponeva nuovamente, dopo cento cinquant’anni, restrizioni che condizionavano la libertà e la vita sociale. Molto più pesante nell’Italia settentrionale che in quella meridionale l’applicazione delle leggi e molti si videro costretti a lasciare l’insegnamento, gli uffici statali, l’esercito e le professioni. A Siracusa le famiglie dichiarate erano solo tre, ma non si hanno notizie della loro deportazione.

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