LA RIVOLUZIONE DEI MACCABEI

 


E IL REGNO ASMONEO INTRODUZIONE Quando accendendo le candele di HANUKKA’ diciamo “…per i miracoli fatti ai nostri Padri, in quei giorni e in questo tempo” dobbiamo renderci conto che la storia dei Maccabei va inserita nel più ampio contesto della trasformazione del mondo iniziata con la vittoria di Alessandro Magno sul re persiano Dario III° (332 a.e.v.) e continuata con le lotte degli stati ellenistici fra di loro, l’ascesa di Roma ad occidente e del Regno Parto ad oriente, la scomparsa dalla scena di molti popoli e di molte antiche culture per effetto degli etnocidi iniziati dai greci e, in seguito, completati dai romani. Si noti che l’Ebraismo, all’epoca, sia stato l’unico ad avere una legislazione sociale e ciò a fronte del sistema delle “città-stato” greche, confluite nei regni ellenistici, dove una ristretta minoranza, ricca, dominava sui vari ceti, più o meno poveri. Nel sistema greco-romano non si concepivano norme a favore dei poveri, gli schiavi non avevano tutela alcuna né esisteva il riposo settimanale dal lavoro. Da una parte la legislazione ebraica concepiva la tassazione in relazione alla capacità contributiva – misura del 10% sui raccolti – mentre le norme sui sacrifici nel Tempio davano la possibilità di offrire secondo la propria capacità economica; il contributo capitario dello “shekel” era di valore minimo e affermava il concetto dell’uguaglianza di tutti. Nel mondo greco-romano, invece, la tartassazione era lo strumento per l’oppressione dei poveri. Con la rivoluzione dei Maccabei inizia la serie delle lotte ebraiche contro imperi molto più potenti e splendidi che da molti uomini di cultura vengono ricordati per i loro grandi fasti edilizi e retorici mentre le molte ingiustizie contro i ceti deboli vengono trascurate. Comunemente si ricorda il miracolo del poco olio puro durato otto giorni. Graetz trova il primo accenno a questa versione in un testo rabbinico dell’epoca persiana-sassanide quando era necessario convincere gli adoratori del fuoco a non impedire l’accensione delle candele di Hannukah. Sarebbe, invece, doveroso ricordare che il lume poté essere acceso nel Tempio solo dopo che con una lotta dura e un lungo lavoro di rimozione delle impurità. E’ opinione di chi scrive che la riconquista di Gerusalemme e del Tempio sia avvenuta in coincidenza della Festa delle Capanne (Sukkot) e l’eliminazione delle impurità abbia richiesto un lavoro durato due mesi in modo di poter accendere i lumi nel Tempio esattamente tre anni dopo la profanazione ordinata da Antioco IV° Epiphanes, in coincidenza della festa pagane del solstizio d’inverno. Ci viene insegnato di non giudicare il prossimo se non gli siamo stati vicini. Ne deriva che, nello studio della storia ebraica, i personaggi storici devono venire giudicati considerando le condizioni politiche, economico-sociali e culturali del mondo circostante nel loro tempo. Nelle pagine seguenti l’azione degli Asmonei – prima i fratelli Maccabei e poi i re loro successori - verrà, quindi, spiegata tenendo conto degli aspetti politici, economici, sociali e culturali del mondo ellenistico e, specialmente, del suo declino di fronte alla comparsa sulla scena della potenza di Roma all’occidente e del Regno Parto all’oriente. Si suole imputare ai re Asmonei di aver assunto sia il titolo politico (generale, governatore, re) che quello di Sommo Sacerdote. Parimenti si imputano ai sacerdoti di Gerusalemme in carica prima della rivoluzione dei Maccabei il loro comportamento poco eroico e di grande acquiescenza di fronte ai seleucidi. Nelle pagine seguenti queste critiche verranno esaminate nel contesto storico generale degli avvenimenti. All’epoca del re persiano Artaxerse II° Mnemon (Ahashverosh) Ester e Mordechai, alleandosi con altre comunità/popolazioni, riuscirono a sventare lo sterminio delle comunità ebraiche, voluto da Haman, e poterono scegliere l’emancipazione nel regno persiano uscito, allora, vittorioso dalle guerre contro i Greci. Però, oltre duecento anni dopo, nel contesto storico del declino del sistema degli stati ellenistici, l’emancipazione era quasi impossibile. Gli Asmonei compresero la necessità di lottare, sia con le armi che con l’azione politica, per uno stato ebraico indipendente in Terra di Israele, con Gersualemme capitale. L’attualità della storia dei Maccabei e della festa di Chanukkah per “questo tempo” diventa chiara se si considerano le condizioni economiche, sociali e politiche di “quei giorni”, paragonabili ai contrasti sociali dei nostri tempi legati alla globalizzazione. ALESSANDRO IL MACEDONE IN GIUDEA L’INCONTRO FRA EBREI E GRECI Nell’anno 332 a.E.v. Alessandro il Macedone, dopo aver inflitto le prime gravi sconfitte ai Persiani, si diresse verso l’Egitto, sconfiggendo le città di Tiro e Gaza che avevano tentato di resistere, occupò quindi la Giudea dove venne accolto, si dice bene, dalla popolazione ebraica che peraltro in un primo momento avrebbe esitato a partecipare ai combattimenti contro ciò che ancora restava del potere persiano. Pare che nella battaglia di Gaugamela, decisiva per la scomparsa definitiva del Regno Achemenide e l’eliminazione della frontiera tra Occidente e Oriente, nell’esercito greco-macedone ci furono anche ausiliari ebrei. Nel breve periodo del suo regno Alessandro il Macedone, secondo le fonti ebraiche, si sarebbe mostrato amichevole. Il fatto è che non ebbe il tempo di volgere il terrore - condanne a morte di compagni di lotta e di dignitari - anche contro la Giudea solo perché morì in modo misterioso nell’anno 323 a.e.v. Malgrado i contatti avuti nel corso dei secoli precedenti, fra Ebrei e Greci non si era avuto alcun confronto; né sulle rispettive credenze, né sulle regole della vita quotidiana e, pertanto, è detto che non si conoscevano. Nella letteratura greca precedente l’epoca di Alessandro non si menzionano gli Ebrei mentre nel secondo Libro di Samuele si accenna solo a mercenari cretesi al soldo di Re David. Nel Regno Persiano fra Ebrei e Greci potevano esserci contatti commerciali ma non risulta che siano stati confronti culturali. I Greci non facevano distinzione fra Ebrei, Persiani, Babilonesi e Fenici: chi non era di lingua greca era considerato un barbaro. All’epoca delle vittorie di Alessandro i Greci, finalmente, si accorsero della cultura ebraica. Il successore di Aristotile,Teofrasto, parlò di filosofi ebrei mentre secondo Clearches i filosofi in Siria erano chiamati Iudaoi. L’Ebraismo, basato sulla Legge ricevuta e trasmessa al Popolo da Mosé, insegna a domandarsi “Cosa devo fare per rispettare i precetti?” Invece il razionalismo greco/’ellenista spingeva a domandarsi “Perché dovrei fare ciò?” Le classi dominanti elleniste si domandavano: “Perché dovremmo consentire agli Ebrei di insegnare una loro legge con norme a favore dei poveri e dei lavoratori?” Alla fine Antioco IV° Epiphanes, si sarà domandato: “Perché dovrei tollerare il rifiuto degli Ebrei di adorarmi quale divinità?” scatenando cosi la persecuzione che provocò la rivolta dei Maccabei. Da parte ellenista non vi erano più i grandi filosofi della Grecia classica e da parte ebraica non vi erano più i grandi profeti. Di fronte ai condottieri e tiranni greco/macedoni, interessati solo ad affermare ed estendere il proprio potere, stavano il Sommo Sacerdote di Gerusalemme ed esponenti dell’aristocrazia, sacerdotale o laica, ovviamente interessata alla difesa di privilegi. L’accoglienza ricevuta da Alessandro in Giudea non poteva competere in alcun modo con quella riservatagli dai sacerdoti egizi che, prima, a Menphis lo riconobbero quale Faraone per celebrare poi la sua apoteosi nel santuario dell’oasi Siwa, ponendo cosi le basi della deificazione dei sovrani ellenisti e quindi, alla lontana, del conflitto fra Ebraismo e Ellenismo. L’apertura dell’Oriente ai Greci, e in particolare alla borghesia mercantile greca, portò a gravi conseguenze economiche e sociali. Si ebbe, la sconfitta definitiva del sistema economico della Grecia classica basato nelle campagne sulle “Oikos” autosufficienti e nelle città sull’artigianato. Parimenti venne sconfitto l’ideale ebraico di ordine sociale basato in agricoltura sul principio “ ad ognuno la sua vigna e il suo albero da frutta” e nelle città sul lavoro artigianale e, ovunque, con limitazione dei poteri dei padroni sugli schiavi. Agli occhi dei Greci le norme sul riposo dello Shabbat – primo esempio di limitazione dell’orario di lavoro - erano incomprensibili come pure quelle sul riposo della terra negli anni sabbatici. Si accentuò il divario tra i ricchi che traevano grandi profitti dal commercio mondiale e i poveri che erano penalizzati dal continuo deprezzamento del lavoro artigianale e agricolo. Ebbe inizio cosi un processo storico, di crescenti tensioni sociali, che nel corso dei secoli successi portò a diverse rivolte; quelle ebraiche - dei Maccabbei e di Bar Kochba - oppure quelle contro Traiano con significativa partecipazione del proletariato ebraico. LA GIUDEA NELLA CONTESA TRA TOLOMEI E SELEUCIDI Alla morte di Alessandro nell’anno 323, in mancanza di un erede valido, iniziò una lotta ventennale fra i suoi condottieri – i Diadochi – per la successione che portò nell’anno 301 alla divisione definitiva del regno e all’inizio del sistema degli stati ellenistici. Gli antefatti della rivoluzione dei Maccabei risalgono al conflitto tra i due maggiori stati ellenisti: quello dei Tolomei e dei Seleucidi Nel patto dell’anno 301 la Giudea, la Fenicia, la Restante Terra di Israele e la Siria Meridionale, vennero assegnate a Seleuco I°Nicatore, e sarebbero state quindi unite a Babilonia, Mesopotamia e Persia, ma per Il rifiuto di Tolomeo I° Soter, di rispettare gli accordi, vennero invece unite ad Egitto e Cirene. Ne derivò da una parte un più stretto legame della comunità ebraica d’Egitto con la Giudea, che venne però separata dalle comunità ebraiche babilonesi e persiane da un confine fra stati ostili, che in un secolo si fronteggiarono varie volte nelle cosiddette “guerre siriache” dovute ad interessi economici: il controllo delle vie commerciali e delle materie prime. Il possesso della Giudea, della restante Terra di Israele e delle città costiere da Gaza fino alla Fenicia dava ai Tolomei un grande vantaggio per il controllo dei commerci sul Mediterraneo e, con il controllo del traffico sul Mar Rosso, anche del commercio - carovaniero e marittimo- dell’Arabia. Lo stato dei Tolomei, seguendo le orme degli antichi Faraoni, era a struttura centralizzata con i settori più Importanti dell’economia soggetti a monopolio reale. In questo modo i sovrani disponevano sia del bastone dell’azione amministrativa che della carota delle concessioni di lucrosi appalti e delle nomine a posizioni di potere. Nella letteratura ebraica si hanno riferimenti a sacerdoti, prefetti ed appaltatori delle imposte imparentati fra loro e anche una descrizione efficace di un regime burocratico e di terrore istaurato dal regime dei Tolomei; la posizione dell’aristocrazia di Gerusalemme non era però in forse. Lo stato dei Seleucidi, al contrario, poggiava sul precedente ordinamento persiano delle satrapie con varie popolazioni, diverse per lingua e cultura. L’economia si giovava della tradizione mercantile babilonese e lo sbocco sul Golfo Persico rendeva possibili gli scambi con l’India. A differenza dell’oppressione fiscale dello stato dei Tolomei, nel regno dei Seleucidi l’iniziativa privata aveva un ampio campo d’azione. Nel regno dei Seleucidi venne dato grande impulso alle città – e specialmente ai nuovi centri stabiliti sulle rotte carovaniere – per sviluppare essenzialmente il commercio e, in misura minore, l’artigianato. Per avere un accesso idoneo sul Mediterraneo venne fondata, nella Siria settentrionale, la città di Antiochia. In questo quadro si inserisce la politica dei re seleucidi di favorire le città nelle dispute con i santuari delle varie divinità locali e concernenti vari diritti su rendite, prodotti dei terreni, ecc. L’effetto era la progressiva limitazione dei privilegi delle classi sacerdotali autoctone, coerente con l’ellenizzazione; non si hanno notizie su eventuali imposizioni di modifiche ai riti di questi santuari pagani. Nello stato dei Tolomei Alessandria oltre essere la capitale era pure il più importante porto commerciale e la sede della massima istituzione culturale ellenistica, il Museo. Ad Alessandria si sviluppò una grande comunità ebraica dotata di ampia autonomia, specialmente nei due settori della città considerati come “la parte ebraica.” Nello stato dei Seleucidi, invece, la città di Antiochia sul Mediterraneo doveva competere con Seleucia sul Tigris, vicino alla città di Babilonia. Nel regno dei Seleucidi si doveva, poi, tenere conto delle numerose città greche che godevano dei particolari diritti di autonomia delle “polis” e nelle quali sia gli Ebrei che gli appartenenti ad altre comunità non potevano acquisire i diritti di cittadinanza. Si ebbe qui il primo esempio di discriminazione degli Ebrei e quindi l’avvio di una valanga durata per secoli. La vasta estensione territoriale dei due stati ellenistici in lotta per il dominio sulla Giudea e la restante Terra di Israele poteva sembrare, all’inizio, segno della loro potenza; ben presto segnò, invece, l’inizio di un lento processo di dissoluzione. Nello stato seleucida, ad oriente, il satrapa della Bactriana si rese indipendente. Successivamente, cominciò l’invasione dei Parti, considerati come liberatori dalle popolazioni iraniche. Ad occidente alcuni satrapi nell’Asia Minore sfruttarono le guerre fra Tolomei e Seleucidi per ottenere da Roma, la nuova grande potenza, il riconoscimento quali sovrani di stati indipendenti. Lo stato dei Tolomei, invece, subì solamente la secessione della regione di Cirene. Si ebbero quindi ulteriori confini, fra stati in lotta, che aggravarono la distanza di molte comunità ebraiche dalla Giudea. I pellegrini dovettero cosi traversare molti confini, stabiliti da “re e governatori”, per poter presentare un sacrificio nel Tempio a Gerusalemme. Ai confini geografici si aggiunsero dei confini culturali/linguistici dato che alla lingua franca dell’Oriente, la lingua aramaica, nello stato dei Seleucidi si aggiunse la lingua greca. Nello stato dei Tolomei, invece, la lingua greca divenne l’unica lingua franca ufficiale. Ne derivò che la spinta verso lingua e cultura greca era inizialmente più forte nello stato dei Tolomei. Infatti, la prima traduzione dei libri biblici in greco venne diffusa ad Alessandria d’Egitto. Si dice che l’ebraico non era più compreso dalla comunità; si deve però osservare che questa traduzione rendeva più facile il proselitismo. Si noti che venne accuratamente evitato l’uso di termini rituali greco-pagani ricorrendo ai relativi sinonimi e ove questi non esistessero veniva comunque fatta risaltare la differenza fra Ebraismo e paganesimo. Se la traduzione, detta “dei settanta”, è da collocare nel grande fervore culturale di Alessandria - i sovrani Tolomei avevano l’ambizione di conservare le opere scritte nella grande biblioteca del Museo.- si deve pure considerare la necessità per il popolo ebraico di dare evidenza della sua lunga storia, del proprio sistema dottrinale compiuto, della propria religiosità e letteratura. Infatti, era necessario sostenere con vigore che gli Ebrei potevano dare il proprio contributo alla vita politica e militare e, in caso di accuse calunniose, convincere le autorità di essere cittadini/sudditi leali. Infatti, non solo gli Ebrei presentavano la propria storia e dottrina al pubblico greco. Il sacerdote egiziano Manetho pubblicò una storia d’Egitto (“Aegyptia”) con una forte derisione della narrazione dell’Esodo, mentre un sacerdote della divinità babilonese Bel pubblicò in greco la storia della Babilonia e del culto di Marduk. Nell’arco del periodo dall’anno 250 all’anno 200 a.e.v. si ebbe una crescente tensione economica/sociale dovuta ad un generale rialzo del livello dei prezzi delle merci, dei salari e dei noli con contemporanea caduta delle rendite da affitti. Intorno agli anni 220/200 a.e.v. in Egitto la pressione fiscale a carico degli autoctoni si fece insostenibile e intorno all’anno 210 l’inflazione portò al passaggio dalla circolazione di monete d’argento a quella di monete di rame.In questa situazione di equilibri economici mutati iniziò un processo storico che portò prima alla rottura degli equilibri, instabili, tra gli stati ellenisti e poi aprì la strada alle legioni romane dall’Ovest e alle rivolte nazionali all’Oriente. Polibio nota che fra il 223 e il 221 salirono al potere tre giovani monarchi: Antioco III° nello stato seleucida, Tolomeo IV° Philopatore in Egitto e Filippo V° in Macedonia. La prima campagna di Antioco III° il Grande, iniziata nel 218 e che era stata finanziata con l’esproprio del tesoro del tempio di Ektabana, fallì con la sconfitta a Rafia nell’anno 216. Tolomeo IV° Filopatore, per poter resistere, aveva inserito autoctoni egiziani sia nell’esercito che nell’amministrazione del suo stato. Da una parte si ebbe il precedente del saccheggio di un tempio da parte del re e dall’altra si ebbe nel corso dei decenni successivi un peggioramento della posizione della comunità ebraica d’Egitto rispetto sia ai Greci che agli autoctoni. Antioco III° il Grande occupò la Giudea definitivamente nel 198. La sua promessa di rispettare il Tempio di Gerusalemme era però condizionata, “se non contrario agli interessi dello stato”. Si erano cosi poste le basi del conflitto che circa 30 anni più tardi avrebbe dato l’avvio al definitivo declino del regno seleucida. DA ANTIOCO III° IL GRANDE A ANTIOCO IV° EPIPHANES E IL CONFLITTO La campagna di Antioco III° per la conquista della Giudea era parte di un piano più vasto ideato al momento di allearsi con Filippo V° di Macedonia con l’intento ambizioso di eliminare dalla scena lo stato dei Tolomei e di suddividerne le province: ad Antioco la Celesiria (Giudea, Fenicia, Restante Terra di Israele) e a Filippo. i possedimenti tolemaici dell’Egeo e la Cirene.Tolomeo V° Epiphanes d’Egitto, Attalo di Pergamo e Rodi, alleati, non ebbero quindi altra “scelta” che di chiedere l’aiuto di Roma che cosi entrò sulla scena del Mediterraneo orientale per diventarvi ben presto la potenza egemone. All’epoca - intorno all’anno 200 – Roma doveva temere la possibilità che potenti stati ellenisti, come quelli sognati da Antioco III°,e da Filippo V° , avrebbero in seguito mirato alle città greche della Magna Grecia e della Sicilia, magari in alleanza con Cartagine. Questo timore venne rafforzato dalla decisione di Antioco III° di concedere nel 195 asilo ad Annibale Per Roma era quindi necessario intervenire in modo deciso nel conflitto fra i regni ellenisti. La quinta guerra siriaca ebbe termine nell’anno 194 con la rinuncia da parte di Tolomeo V° ai possedimenti fuori dall’Egitto (Asia minore e Cipro) e il suo matrimonio con Cleopatra, figlia di Antioco III°, il Grande. Se nelle precedenti guerre siriache la Giudea era rimasta solo per brevi periodi sotto occupazione seleucida, ora, con la quinta, il dominio seleucida divenne invece definitivo rivelandosi sempre più duro nei successivi decenni. E’ vero che Antioco III° il Grande all’inizio aveva concesso riduzioni delle tasse e incentivi per gli abitanti della Giudea oltre a garanzie per il carattere sacro di Gerusalemme con il divieto di introdurvi simboli pagani e animali impuri. Ma le promesse valgono solo è possibile mantenerle. Infatti, Antioco III° dopo la vittoria nella quinta guerra siriaca venne sconfitto nella guerra contro Roma (192-188) e dovette subire condizioni politicamente molto umilianti e economicamente disastrose. Alla perdita dei territori nell’Asia Minore ad ovest del Tauro si aggiunse la consegna della flotta e una “riparazione di guerra” per l’ammontare iperbolico di 15.000 talenti, da pagare nel giro di alcuni anni, e con il soggiorno a Roma di principi seleucidi quali ostaggi; ne derivò un notevole peggioramento della situazione economica del regno. Per poter versare i tributi imposti da Roma, Antioco III° il Grande confiscò, nell’anno 187, il tesoro di un santuario di Baal vicino Susa ma venne ucciso nel corso della ribellione dei fedeli. In Giudea si poteva osservare come, da un lato, in Grecia le città, per l’intervento di Roma, le città siano state proclamate libere e, dall’altro, i sovrani seleucidi non rispettassero più i vari santuari. I sacerdoti dovevano rendersi conto del pericolo: la confisca del tesoro del santuario di un’altra divinità poteva in ogni momento venire compiuto anche a danno del Tempio di Gerusalemme, ovviamente, “nell’interesse del regno”. Il comportamento non eroico – generalmente presentato come complicità – dei Sommi Sacerdoti di Gerusalemme alternatisi negli anni precedenti il conflitto, dal 187 al 169, deve essere valutato in relazione alla loro consapevolezza circa una possibile prepotenza ai danni del Tempio. Sul successore di Antioco III°, il Grande, il primogenito Seleuco IV° Philopathor (187-175), le fonti parlano della sua debolezza tanto da essere incapace di contrastare fantomatiche manovre separatiste del Sommo Sacerdote Onias, notoriamente nostalgico del regno dei Tolomei. Era però il secondo figlio di Antioco III° il Grande che impresse la svolta verso il conflitto. Il giovane Antioco era stato mandato a Roma quale ostaggio e venne rilasciato, nell’anno 175, per essere sostituito dal principe Demetrio. Durante il suo viaggio di ritorno, Antioco venne informato della morte del fratello Seleuco IV°, assassinato nel corso di una congiura. Riuscì però a rientrare in Antiochia con un esercito, sconfiggere i congiurati e farsi acclamare re come Antioco IV° Epiphanes (175-163). Per avviare la rinascita dello stato seleucida, il nuovo re aveva l’idea, troppo grandiosa per i suoi mezzi, di una simbiosi tra la cultura greca e il modello romano di organizzazione dello stato e quindi forzando di più l’ellenizzazione delle popolazioni semite e concedendo privilegi sempre maggiori alle città greche a danno delle popolazioni rurali e dei vari santuari, i cui tesori svolgevano funzioni creditizie a favore delle rispettive comunità. L’imposizione di “prestare” oro al re che cosi finanziava la propria politica di favorire pochi a danno di molti aggravava ulteriormente le tensioni sociali. In questa situazione il Santuario di Gerusalemme si differenziava da quelli pagani per il flusso di offerte dalle comunità della Diaspora, essenzialmente dell’Egitto e di Cirene, che il despota non aveva interesse di far cessare. Ciò può spiegare l’atteggiamento dei sacerdoti di “offrire”, più o meno spontaneamente, forti quantitativi di oro al re seleucida. nella speranza di evitare cosi possibili prepotenze. Si ebbe pure il tentativo di trasformare Gerusalemme da città santa in un grande centro finanziario. Il punto debole dell’atteggiamento remissivo dei sacerdoti stava nell’impossibilità per Antioco IV° Epiphanes di creare, alla lunga, il precedente della tolleranza a favore del solo santuario di Gerusalemme, mentre quelli delle di altre comunità venivano razziati. Alla morte del Sommo Sacerdote Onias III° Antioco IV° Epiphanes colse l’occasione che il figlio era ancora’minorenne per nominare Jason che tentò di conciliare l’inconciliabile introducendo modifiche nei riti del Tempio e “offrì” una grossa somma al re. La palestra dove i sacerdoti, fin dai tempi della riedificazione del Tempio, si allenavano per la difesa contro attacchi delle popolazioni vicine ostili divenne un Ginnasio greco e ai giochi di Tiro prese parte una squadra di giovani che avevano celato la circoncisione. Jason, con l’aristocrazia laica e una parte di quella sacerdotale, prese l’iniziativa di chiedere di costituire la città di Gerusalemme in una “polis” greca ove, però, la Torah non sarebbe più stata la “costituzione” della Giudea e i ceti popolari, più osservanti, della città e delle campagne sarebbero stati privati di molti diritti. Re Antioco IV° Epiphanes accolse ben volentieri questa richiesta, condita di un “tributo” di 150 talenti. Jason venne però superato in zelo da Menelao che offrì al re una somma ancora maggiore, anche se ciò significava vendere ai mercanti greci di Tiro arredi (le porte dorate) del Tempio. Nell’anno 173 Tolomeo VI° Philometore d’Egitto riprese la poltica aggressiva contro il regno seleucida dando inizio alla sesta guerra siriana. Antioco IV° Epiphanes, a sua volta, nel 171/70 lanciò la sua prima offensiva contro il regno dei Tolomei e, cosi, al Tempio di Gerusalemme non poterono più arrivare offerte dall’estero nemico: Egitto e Cirene. Antioco IV° Epiphanes non aveva più alcun motivo per accontentarsi di quanto gli potevano ancora offrire i sacerdoti ai quali venne imposto di fare un “prestito” al re con il tesoro del Tempio.Nell’anno 168 Antioco IV° Epiphanes lanciò la sua seconda campagna in Egitto e, in un primo momento, ebbe un trionfo con una vittoria navale presso Cipro e una marcia verso Alessandria. Roma, già vittoriosa contro Perseo di Macedonia, intervenne a difesa del regno tolemaico e il legato del senato romano Popilius Laenas ingiunse ad Antioco IV° Epiphanes l’immediata cessazione della guerra e il ritiro dall’Egitto. A Gerusalemme arrivò, invece, la falsa notizia della morte di Antioco e scoppiò una rivolta guidata da Jason contro Menelao e gli ellenisti, che si rifugiarono nella cosiddetta cittadella. Col fulmineo arrivo di Antioco IV° Epiphnaes a Gerusalemme venne avviata una feroce repressione e il saccheggio del Tempio.All’inizio dell’anno 167 venne inviato a Gerusalemme il Misarca Appolonius che diede inizio al massacro di molti abitanti di Gerusalemme, le mura della città vennero abbattute e si costruì una cittadella per ospitare la guarnigione seleucida.che adorava le divinità pagane. I soldati venuti col Misarca erano coloni e ricevettero terre espropriate ai contadini della Giudea; si aggiunse poi la riduzione in schiavitù di donne e fanciulli. Verso la fine dello stesso anno 167 venne emanato il noto decreto per cui “tutti i sudditi dovevano diventare un unico popolo in tutto il regno con l’abbandono delle proprie leggi e credi religiosi”. Agli abitanti della Giudea venne proibita la circoncisione dei figli maschi e l’osservanza di Shabbat e Feste. Vennero imposta l’erezione di altari e statue di idoli e il sacrificio di maiali ed altri animali impuri. Il Tempio di Gerusalemme venne “consacrato” a Giove Olimpio con l’obbligo di sacrifici mensili al Re e di partecipare alle processioni in onore della divinità Dionisio. I Rotoli della Torah, quando trovati, venivano bruciati allo scopo di far perdere al popolo la conoscenza della Legge. Da ricordare che queste proibizioni reali di osservare la Legge valevano anche per le comunità ebraiche nel resto del regno seleucida, come per i Samaritani il cui santuario sul Monte Gerizim venne ”dedicato” a Giove Ellenio I culti di molte divinità pagane, con un certo sforzo, potevano venire trasformati e adattati al culto di divinità greche omologhe. Agli Ebrei un simile compromesso era impossibile. Si può dire che nell’anno 167 sembrava arrivato il punto più basso del ciclo indicato in Sanhedrin 96b/97a: la Legge dimenticata da chi doveva insegnarLa. Lo stesso passo talmudico, proseguendo, ci dice che è proprio quello il momento del cambiamento del corso degli avvenimenti. Infatti, quando in Giudea vennero sacrificati di porci ebbe inizio la resistenza popolare che portò, alla fine, alla vittoria ma non alla venuta del Messia. LA DINASTIA SACERDOTALE DEGLI ASMONEI INVITA ALLA RESISTENZA ARMATA. DALLA GUERRA PARTIGIANA SULLE MONTAGNE DELLA GIUDEA ALLA LIBERAZIONE DI GERUSALEMME E RICONSACRAZIONE DEL TEMPIO. Il potere tirannico ellenista si illuse che la Thorah fosse stata dimenticata da chi doveva insegnarLa al popolo e a Gersualemme venne celebrata a metà dicembre 167 - il 25 del mese di Kislev - un sacrificio in onore di Antioco IV° Epiphanes, all’evidente scopo di fargli dimenticare l’umiliante ingiunzione dell’inviato di Roma di ritirarsi dall’Egitto. E’ evidente che negli stessi giorni sacrifici in onore di Antioco IV° Epiphanes erano imposti anche in altri centri della Giudea. Infatti, nel centro di Modin, in una zona montagnosa, si presentò un ufficiale per imporre la celebrazione del sacrificio di un porco. Questa imposizione trovò la ferma opposizione del sacerdote Mattatia Asmoneo, che reagì uccidendo sia l’ebreo rinnegato pronto ad eseguire l’ordine di profanazione che l’ufficiale, distruggendo infine l’altare appositamente eretto. Mattatia, i suoi cinque figli ( Giuda, Gionata, Simone, Giovanni e Elazar ) e altri devoti fuggirono sulle montagne, lasciando indietro tutti i propri averi. Nel momento della profanazione del Tempio di Gerusalemme – dicembre anno 167 – ebbe inizio la lotta del popolo per il rispetto della Legge, che si trasformò in seguito in una lotta di liberazione della Giudea prima e della restante Terra di Israele poi. Ma il risultato più duraturo di questa lotta è, ancora oggi, la perpetuazione dell’idea del monoteismo. Il segnale per l’inizio della lotta dato da Mattatia venne raccolto sia dai “devoti” ( i “chasidim” che già si erano opposti alle “riforme” di Jason nel periodo 175-170) che da coloro che erano stati espropriati, per ordine di Antioco IV° Epiphanes, dal Misarca Apolonio. Le montagne della Giudea offrivano un terreno favorevole a chi doveva lottare contro un nemico ben armato e addestrato. Giuda detto il “Maccabeo” (martello), che alla morte del padre Mattatia nell’anno 166, divenne il capo della rivolta, conseguì in breve tempo tre vittorie in battaglia contro i generali seleucidi Apolonio, al confine fra Giudea e la Samaria, Serono (nella battaglia di Bet Horon) e i generali Nikanor e Giorgias,, nella battaglia di Emmaus, sfruttando abilmente la mancanza di coordinamento fra i loro reparti. Nell’anno 165 Antioco IV° Epiphanes iniziò una campagna per contrastare l’espansione dei Parti nell’Oriente e affidò la capitale Antiochia e la parte occidentale del regno al generale Lysias che intervenne di persona in Giudea, decidendo di marciare da sud, attraverso la Idumea, con gli elefanti acquistati in violazione del trattato con Roma, mirando alla sostituzione della popolazione in Giudea con l’insediamento di altre popolazioni; venne però sconfitto nella battaglia di Bet Zur. La Giudea era stata ormai quasi interamente liberata; solo nella cittadella di Gerusalemme rimaneva una guarnigione seleucida con gli ellenisti che vì si erano rifugiati. Giuda Maccabeo potè quindi liberare la città di Gerusalemme e provvedere con un duro e lungo lavoro ad eliminare le tante impurità dal Tempio. Il 25 di Kislev, a circa sette anni dalle “riforme” in senso ellenista di Jason, nel terzo anniversario della profanazione ordinata da Antioco IV° Epiphanes, in coincidenza della festa pagana delle luci e del solstizio d’inverno, il Tempio poté venire riconsacrato e una nuova Menorah, simbolo dell’Albero della Vita, riprese a splendere la luce della Fede. La spiegazione per la durata di otto giorni della festa di Chanukkà può essere che il primo giorno si accende un solo lume in ricordo della profanazione del Tempio mentre con un continuo aumento dei lumi si arriva all’ottavo giorno con otto lumi in coincidenza e contrapposizione alla festa pagana. Nota, infatti, Graetz che la tradizionale spiegazione del piccolo quantitativo di olio miracolosamente sufficiente per otto giorni si trova solo in una tarda fonte della diaspora babilonese; appare ipotizzabile la necessità di offrire ai sacerdoti adoratori del fuoco di Zarathustra una versione di comodo solo per difendere i lumi di Hannukà. Secondo alcuni calcoli l’anno ebraico 164/163 sarebbe stato un anno giubilare per cui dalle riforme del culto nel Tempio in senso ellenista volute da Jason fino alla liberazione proprio all’inizio di un anno giubilare erano passati circa sette anni. Infatti, il Talmud, in Sanhedrin 97/a, afferma che la venuta del Messia potrà avvenire alla fine del settennio precedente un anno giubilare nel corso del quale si siano verificati eventi quali l’abbandono dello studio della Torah, siccità, diffuso stato di bisogno con carestia, persecuzione dei devoti da parte di un tiranno, inizio di una lotta, nuova disponibilità di cibo, sazietà, ripresa dello studio della Torah, si udiranno voci forti, guerra e alla fine del settimo anno verrà il figlio di David. Appare quindi ipotizzabile che ciò sia un riferimento alla lotta dei Maccabei. Domanda infatti Rav Joseph: “”Si sono avuti molti settenni simili ma non è venuto?” Rispose Rav Abajje: “Si sono forse uditi i suoni del sesto anno e si sono forse avute le guerre del settimo anno e questi eventi si sono forse verificati nell’esatta successione?” Infatti, pur con la riconquista di Gerusalemme e la riconsacrazione del Tempio, chi si era unito alla lotta per essere stato espropriato delle proprie terre non poteva tornare dove, almeno per il momento, stava ancora il padrone “premiato” dal regime seleucida. Elemento della liberazione legata all’anno giubilare è il ritorno della terra alle famiglie che vi erano state in precedenza, risultato che la lotta non aveva potuto raggiungere. I devoti, invece, che erano fuggiti da Gerusalemme prima verso il deserto e poi sulle montagne della Giudea per unirsi alla lotta poterono tornare alle proprie occupazioni pacifiche. Si potrebbe ricercare qui l’origine della contrapposizione tra “devoti” (farisei) e “poveri” (amhaartetz = villici/popolo della terra). La lotta doveva comunque proseguire. Vengono riferite campagne vittoriose, di Giuda all’est del Giordano e di Simone in Galilea, per portare in salvo, in Giudea, le comunità ebraiche di alcune regioni a maggioranza pagana. Invece, la campagna, condotta dai vicari Giuseppe e Azarja, per la conquista della città costiera di Jamnia (Javneh) ebbe esito disastroso avendo il generale Giorgias respinto l’attacco; era ancora prematuro puntare sulle regioni costiere. Una nuova campagna di Giuda portò alla conquista di Hebron e alla distruzione degli idoli pagani ad Ashdod. Si può dire che con queste lotte ebbe inizio il secolo Asmoneo che vide il popolo ebraico tra i protagonisti della scena politica; prima come popolo in lotta, poi come stato indipendente prima di perdere di nuovo l’indipendenza e dover lottare per la propria identità e sopravvivenza. In coincidenza con le prime vittorie asmonee la corte reale di Antiochia doveva badare a se stessa data la morte, nel 164, di Antioco IV° Epiphanes in battaglia contro i Parti e la successione del minore Antioco V° Eupator sotto la reggenza del condottiero Lysias Quando Giuda tentò la conquista della cittadella di Gerusalemme, dove si erano asserragliati gli ellenisti con una guarnigione seleucida, Lysias ritenne di dover nuovamente intervenire assediando prima Bet Zur, e poi conseguì la prima sua vittoria contro gli Asmonei a Bet Zacharja, a sud di Betlemme e, infine, assediando Gerusalemme. Quando la capitolazione dell’armata asmonea sembrò ormai imminente, Lysias e Antioco V° Eupator si trovarono di fronte ad un tentativo di colpo di stato da parte di Philippos che reclamava per sé la carica di reggente. Al condottiero Lysias e al suo re non rimaneva altra scelta che una rapida ritirata verso Antiochia per difendere il loro potere e, quindi, la necessità di trattare la pace con gli Asmonei concedendo loro, con la lettera dell’anno 163 di Antioco V° Eupator, il riconoscimento formale dell’autonomia della Giudea. Lysias indebolì cosi la posizione degli ellenisti e, inoltre, fece giustiziare il traditore Menelao che nel 164 aveva tessuto un intrigo contro di lui presso Antico IV° Epiphanes. Alla carica di Sommo Sacerdote venne però nominato l’ellenista “moderato” Alkimos, col quale i “devoti” credevano di potersi accordare per arrangiarsi col nuovo re seleucida; Giuda Maccabeo che aveva liberato il Tempio venne messo da parte. Il personaggio che aveva i maggiori diritti alla carica di Sommo Sacerdote era il figlio di Onias III°, Onias IV°, che, dopo l’usurpazione di Jason, dovette cosi subire anche quella di Alkimos e fuggì quindi in Egitto dove costruì, a Leontopoli, il “Tempio di Onias” che funzionò, con sacerdoti e leviti, fino all’anno 73 e.v. quando venne distrutto dai Romani. Gli accordi e le promesse in genere valgono solo se mantenute, in particolare fino a quando i contraenti restano ai rispettivi posti di potere. Infatti, Lysias e Antioco V° Eupator erano riusciti a contrastare la ribellione di Philippos ma il loro potere durò ancora poco. A Roma non era sfuggito che Lysias, oltre ad avere già gli elefanti da battaglia avesse pure avviato la costruzione di navi da guerra. A Roma era ancora presente il principe seleucida Demetrio, figlio di Seleuco IV° Philopator - non si sa se quale ostaggio oppure rifugiato - ansioso a ricuperare per se il trono. La fuga di Demetrio da Roma e la sua presa di potere ad Antiochia, nell’anno 162, con l’uccisione di coloro che considerava usurpatori provocò un nuovo cambio della situazione. Il nuovo re, inesperto, non sapeva valutare i motivi che aveva indotto Lysias a concludere gli accordi con Giuda Maccabeo. Però il Senato Romano riconobbe Demetrio I° Soter come re solo dopo un certo tempo. Gli ellenisti ebbero comunque un’opportunità per presentare alla corte di Antiochia lamentele contro Giuda Maccabeo contro il quale Demetrio I° Soter inviò il condottiero Nikanor, che però rimase sconfitto e ucciso nella battaglia di Adasa nella primavera dell’anno 161 (forse il 13 di Adar, vigilia di Purim!). Contemporaneamente, però, Giuda Maccabeo poté prendere contatti con Roma; con l’aiuto di un esponente della comunità ebraica di Alessandria, lo scrittore Eupolemos. Giuridicamente il trattato ottenuto era una “foedera aequa”, concluso fra contraenti formalmente di pari diritto e dignità. Lo strumento di diritto romano era un “senatus-consultum” deciso dal senato. Le parti contraenti erano il senato romano e il “popolo ebraico”. L’uso del termine “ethnos”, con la partecipazione di un esponente della comunità ebraica di Alessandria quale ambasciatore, consente l’ipotesi che Roma abbia considerato il popolo della Giudea e l’insieme delle comunità ebraiche sparse intorno al Mediterraneo quale contraente unico da avere o come alleato oppure, almeno, in posizione di stretta neutralità nei prevedibili, e decisivi, conflitti con la Macedonia e con Cartagine. Le clausole, infatti, riguardano oltre al reciproco aiuto in caso di attacchi da nemici, anche Il divieto di fornire all’aggressore grano, danaro o navi. Un simile trattato stipulato da Roma con il capo di un gruppo di rivoltosi – Giuda Maccabeo all’epoca non era neanche Sommo Sacerdote – accampati sulle montagne di una piccola regione lontana dal mare apparirebbe privo di contenuto. Però se oltre a Giuda Maccabeo e i suoi seguaci si considerava anche l’insieme delle comunità ebraiche sparse sul Mediterraneo il trattato acquista, invece, tutto il suo valore concreto. La conclusione del trattato con Roma era stata importante ma non decisiva. Demetrio, come tutti gli altri che erano stati ostaggi a Roma, aveva fatto delle conoscenze e stretto delle amicizie; in particolare col grande storico Polibio ostaggio ateniese protetto dalla grande famiglia degli Scipioni che sostenevano la politica di provocare una rottura fra il regno seleucida della Siria e quello attalide di Pergamo. Infatti, a suo tempo, Antioco IV° Epiphanes era stato stretto alleato di Eumene di Pergamo (regno nell’Asia Minore). Questa alleanza venne proseguita da Antioco V° Eupator con Lysias e venne quindi guardata con sospetto da Roma. Dopo che in Siria Demetrio I° Soter (162-153) era diventato re e nel regno di Pergamo, alla morte di Eumene nell’anno 159 era diventato re Attalo II° (159-136) fra i due stati ellenisti scoppiò ben presto il conflitto atteso ed auspicato dagli Scipioni a Roma. La prima follia del regno di Demetrio I° Soter era un appoggio eccessivo ad Alkimos inviando il condottiero Bachides contro Giuda Maccabeo che rimase ucciso nella battaglia di Elasa nell’anno 161. Se però Alkimos credeva di poter ormai esercitare l’ufficio di Sommo Sacerdote secondo i propri criteri non poté gioire a lungo perché morì nell’anno 160. A sua volta Bachides, dopo aver instaurato un regime severo a Gerusalemme tentò di sottomettere tutta la Giudea ma dovette concludere una pace con Gionata Maccabeo, succeduto al fratello Giuda alla guida del movimento di resistenza, e sfogò la propria ira contro gli ellenisti che avevano chiesto il suo aiuto. La seconda follia di Demetrio I° Soter era la rottura della preziosa alleanza con il regno di Pergamo. Sugli avvenimenti degli anni dal 160 al 152 non abbiamo notizie precise. Non sappiamo se dopo la morte di Alkimos venne nominato un Sommo Sacerdote o se, come dice Giuseppe Flavio, c’era una “sede vacante”. Giuda Maccabeo, inquadrando i tanti che non poterono tornare sulle loro terre espropriate da Antioco IV° Epiphanes, aveva creato un esercito stabile che, ovviamente, doveva essere mantenuto; non sappiamo chi, durante quegli anni, abbia dato, a Giuda prima e a Gionata poi, i mezzi necessari. Un’ipotesi di lavoro potrebbe essere l’aiuto da parte della comunità ebraica di Alessandria, che già aveva fatto da tramite nei contatti con Roma. I Tolomei, Roma e la classe mercantile della comunità ebraica di Alessandria avevano n comune l’interesse di contrastare Demetrio I° Soter nel cui regno si trovavano le città marittime fenicie che erano, ovviamente, propense ad appoggiare Cartagine contro Roma nel conflitto che orami si profilava. Il vantaggio di disporre di un esercito stabile in riserva consentì nell’anno 152 a Gionata Maccabeo il rientro nel gioco politico globale. Nell’anno 153 si era alla vigilia dello scoppio della terza, e ultima, guerra tra Roma e Cartagine mentre si profilava pure un nuovo conflitto tra Roma e il Regno di Macedonia. Roma, che non si era mai fidata del re Demetrio I° Soter, doveva impedirgli sia di concludere una alleanza con la Macedonia che di appoggiare la lotta di Cartagine per la sopravvivenza. Venne quindi presentato, e contrapposto a Demetrio, un sedicente figlio naturale di Antioco IV° Epiphanes, il giovane Alessandro Ballas (153-145). Sia il re Demetrio I° Soter, con circa otto anni di ritardo, che il pretendente Alessandro Ballas compresero la necessità dell’appoggio di Gionata Maccabeo, e del suo esercito stabile, e gli offrirono concessioni. Gionata ottenne ancora da Demetrio I° Soter la possibilità di rientrare a Gersualemme, la liberazione di ostaggi e il ritiro dalla Giudea di quasi tutte le guarnigioni seleucide, salvo quella, strategica, di Ben Zur. Ma alla fine, Gionata si alleò con Allesandro Ballas, appoggiato da Roma, ottenendo, prima, la nomina ad “amico del re” e a Sommo Sacerdote e, più tardi, anche la nomina a “stratègos (comandante militare) e “meridarchès” (governatore civile) della Giudea. Il massimo possibile, in quel momento storico e in quelle condizioni, per garantire la possibilità di insegnare e osservare la Legge. Gionata, nell’azione politica volta al rafforzamento dell’autonomia ottenuta, doveva tenere conto di diversi avvenimenti quali la Terza Guerra Punica (149-146) finita con la distruzione di Catagine, la trasformazione in provincia romana dei resti del Regno di Macedonia nell’anno 148 e l’ultima lotta per l’indipendenza delle città della Lega Achea (dalla quale si erano dissociate Sparta, Corinto e Argos ) negli anni 147-146, che portò alla riduzione in schiavitù della popolazione e all’asportazione di molte opere d’arte. Nell’anno 145 le città greche vennero unite alla Provincia di Macedonia mentre quelle che, come Sparta, non avevano partecipato alla lotta contro Roma conservarono le posizioni previste nei loro trattati Sempre nell’anno 145 il re fantoccio Alessandro Ballas, lasciato cadere sia da Roma che da Tolomeo VI° Philometor d’Egitto, venne assassinato. Demetrio II° Nicator (145-139 e 129-125), che già nell’anno 148 si era sollevato contro Alessandro Ballas, venne riconosciuto quale re. Il potere di Roma, oltreché per le conquiste militari, ebbe pure un nuovo impulso dallo sfruttamento delle miniere aurifere nelle Alpi Orientali intorno all’anno 150 e che portò alla riduzione di un terzo dei prezzi dell’oro, con indubbi effetti sull’economia dell’area mediterranea. Gionata in un primo momento aveva continuato a sostenere lealmente Alessandro Ballas e potè conquistare Giaffa - e le altre città costiere Asdod e Askalon – battendo il generale Appolonios che si era subito schierato a fianco di Demetrio II°. Col dono della città di Ekron da parte di Alessandro Ballas, Gionata ebbe ormai il controllo di una parte importante della regione costiera. I pellegrini non erano più costretti ad attraversare i territori di popolazioni ostili ed era possibile l’apertura di una nuova via commerciale con effetti benefici sulla vita economica della Giudea. Gionata dovette, ormai, trovare l’accordo con Demetrio II° Nikator, nuovo favorito (fantoccio) di Roma e del re tolemaico, e riuscì ad ottenere concessioni in materia di tassazione e l’attribuzione formale di tre distretti (toparchie) della Samaria, di fatto già state occupate; venne cosi riconosciuto l’ampliamento territoriale della Giudea che ormai si estese ormai dal Giordano fino al mare. DALL’AUTONOMIA ALL’INDIPENDENZA Ad oltre ventuno anni (tre settenni) dall’inizio della lotta in Giudea si ebbe ormai sia la libertà giuridica che la possibilità effettiva dell’osservanza della Torah: chi presentava il sacrificio al Tempio non era più obbligato a pagare una tassa al re pagano e chi veniva dalla Diaspora non doveva più attraversare i territori di vicini ostili. In quel momento però gli Asmonei si trovano di fronte ad una opposizione che poneva vari argomenti, validi in teoria ma politicamente del tutto fuori luogo: 1.Gli Asmonei non avrebbero avuti i titoli necessari perché non discendenti da Zadok, Sommo Sacerdote all’epoca di Salomone. Appare probabile che dietro questo argomento ci sia stato un intrigo della dinastia di Onias, che come visto, nell’anno 160 aveva preferito la fuga in Egitto. 2. La dignità di Sommo Sacerdote – che deve recitare le preghiere anche per invocare il perdono per i peccati del popolo – non era compatibile con la carica di condottiero, che comunque versa del sangue. In modo espressivo si parlava del condottiero che, tornato dalla battaglia sanguinosa, cambia gli armamenti con le insegne sacerdotali. Al riguardo veniva ricordato il divieto a Re David di costruire il Tempio proprio per il sangue versato durante le sue battaglie. Chi avanzava questo argomento non teneva conto del fatto che la lotta, che aveva reso possibile la ripresa dello studio e dell’osservanza della Torah, era stata vittoriosa proprio in virtù dell’unità di comando con la riunione delle tre cariche - militare, religiosa e civile – nella stessa persona. 3. La carica di condottiero – e quindi il titolo di re – spettava ad un principe di Casa di David. Chi avanzava questo argomento non teneva conto dell’estinzione della linea maschile di Casa di David per cui, in concreto, non sapeva indicare la persona da proclamare condottiero e re. Demetrio II° Nikator ad un certo punto dovette fronteggiare una riv olta della popolazione della sua capitale Antiochia e si rivolse a Gionata che con il suo esercito ristabilì l’ordine. Ma Demetrio II° Nikator non mantenne le promesse fatte e Gionata prestò ascolto alle proferte del generale Trypho che aveva proclamato quale re Antioco VI° Epiphanes Dionysos, figlio (?) di Alessandro Ballas. Gionata si vide confermati tutti i privilegi già ottenuti in precedenza. Inoltre il fratello Simone venne nominato “stratega” per tutto il territorio costiero, da Tiro fino al confine egiziano. I due fratelli occuparono quindi Askalon e Gaza. Gionata sconfisse l’esercito di Demetrio II° Nikator nei pressi di Hazor mentre Simone riuscì a conquistare la fortezza di Bet Zur. Sul piano diplomatico Gionata poté rinnovare il trattato con Roma “alle precedenti condizioni” e prendere contatti con Sparta, come aveva già fatto in precedenza il Sommo Sacerdote Onias I°. Trypho osservò l’attività di Gionata con crescente diffidenza e, con un pretesto, attirò Gionata in un tranello per farlo assassinare nell’anno 143. E l’anno successivo fece assassinare il re fantoccio Antioco VI° Epiphanes Dionysos per proclamarsi re egli stesso. Come visto, durante i diciotto anni del comando di Gionata (161-143) si era arrivato prima ad una ampia autonomia e, successivamente per gradi, alla quasi indipendenza. Se venti anni prima sembrava una grande conquista poter presentare liberamente il sacrificio al Tempio, fu grazie all’azione di Gionata questi sacrifici non vennero più tassati a favore del re seleucida. Malgrado ciò, certa letteratura ritiene giusto riportare gravi accuse, che non sono testimonianze ma solo espressioni di odio politico. A questo punto un’assemblea popolare elesse Simone, l’ultimo sopravvissuto dei cinque fratelli Maccabei a succedere a Gionata e proseguire la lotta. Simone riprese i contatti con Demetrio II° Nikator che ormai aveva ben compreso la necessità dell’alleanza con i Maccabei. Un decreto reale riconobbe alla Giudea la completa esenzione fiscale e confermò la quasi indipendenza raggiunta già da Gionata. Simone riuscì finalmente ad occupare la cittadella ellenista sopra Gersualemme e poté entrare nella Akra con Salmi ed Inni di Lode. Un grande nemico era stato annientato, nelle fortezze della Giudea stavano guarnigioni ebraiche e il possesso della città portuale di Giaffa era ormai definitivo. Nell’anno 140 l’Assemblea Popolare di Gerusalemme conferendo a Simone le dignità, ereditarie, di Principe (Nasi o Etnarchès), Sommo Sacerdote e Condottiero legittimò la dinastia Asmonea e istituì la celebrazione della festa di Hannukà. Simone rinnovò i trattati sia con Roma che con Sparta (alleata di Roma); Roma invitò i diversi re (alleati o vassalli) a consegnare gli ellenisti sfuggiti. Demetrio II° Nikator, conclusi gli accordi con Simone, si volse verso il confine orientale ma venne sconfitto e fatto prigioniero dai Parti. ll nuovo re, Antioco VII° Sidetes (139-129) con l’aiuto di Simone poté sconfiggere Trypho. Una volta eliminato il pericolo Trypho Antioco VII° Sidetes chiese a Simone sia tributi che la restituzione della città portuale di Giaffa, della fortezza di Gazara/Gezer e della Akra a Gerusalemme. Si arrivò al conflitto ma i figli di Simone, Giuda e Giovanni Hircanos, riuscirono a sconfiggere il condottiero Kendebaios, nominato da Antioco VII° Sidetes statega delle regioni costiere. Nell’anno 135 Simone, con due dei suoi figli, venne assassinato dal genero; il terzo figlio, Giovanni Hircanos, scampò all’attentato. Giovanni Hircanos riuscì a contrastare le mire di dominio del cognato ma dopo poco Antioco VII° Sidetes lanciò un’offensiva che devastò la Giudea e portò ad un duro assedio di Gerusalemme. Evidentemente si era trovato il modo di impiegare le terribili macchine belliche greche anche nelle montagne della Giudea. E’ tramandato che Antioco VII° Sidetes durante l’assedio promise l’invio di un “bellissimo omaggio” per Succot: ciò significa che era stato in grado di montare le macchine belliche per la demolizione dei muri o per il lancio di pietre nella città. Antioco VII° Sidetes riuscì quindi ad imporre il pagamento di tributi, il pagamento di 500 talenti d’argento, l’invio di ostaggi, riduzioni delle mura di Gerusalemme e la consegna delle armi. Almeno formalmente il dominio seleucida era stato ristabilito, anche se Giovanni I° Hircanos era riuscito a dissuadere Antioco VII° Sidetes dall’imporre nuovamente un presidio seleucida all’Acra. Le fonti parlano del prelevamento dell’argento – necessario per il versamento dei 500 talenti ma anche per poter reclutare soldati - dalla tomba di Re David. Dato che le fonti parlano anche di altri saccheggi della tomba di Re David è lecita la domanda: quante volte è stata profanata e saccheggiata quella tomba? L’intraprendenza di Antioco VII° Sidetes, che costituisce l’ultimo tentativo di arrestare il declino dello stato seleucida, coincide con la rivolta, in Sicilia, degli schiavi - in maggioranza originari dai regni ellenisti sconfitti - sotto la guida di Eunus (della Siria!) e di Kleon (della Cilicia); anche molti contadini liberi ma privi di terra si unirono alla rivolta. In quella situazione la Giudea non poté contare su un efficace intervento romano. Roma nello stesso tempo dovette affrontare anche la lotta dei cittadini del Regno di Pergamo che non intendevano riconoscere il testamento del re Attalo III°, morto nell’anno 133, che lasciò erede il popolo di Roma. Questa lotta, guidata dal fratellastro di Attalo III°, Aristonikos, vide anche un proclama per la libertà degli schiavi ed ebbe alcuni successi iniziali ma nell’anno 130 Roma sconfisse questo movimento rivoluzionario e Aristonikos venne giustiziato. Nello stesso anno 130 Antioco VII° Sidetes riconquistò la Media e la Mesopotamia. Nel successivo anno 129, però, si ebbe la controffensiva dei Parti e Antioco VII° Sidetes, venne ucciso in una terribile battaglia e in Siria ogni famiglia aveva un lutto. Il declino del Regno dei Seleucidi era quindi irreversibile. L’INDIPENDENZA E IL REGNO ASMONEO. Vista la doppia sconfitta ellenista - di Antioco VII° Sidetes nella battaglia catastrofica contro i Parti e di Aristonikos, Giovanni I° Hircanos, (135/129 – 104) nell’anno 129, proclamò l’indipendenza della Giudea che però dipendeva in gran parte dall’appoggio di Roma, condizionata in quegli anni dai propri gravi problemi politici e sociali. Alla stessa epoca l’elemento greco, sconfitto militarmente e politicamente stava prendendosi la rivincita con la crescente diffusione, fra le classi colte di Roma, della cultura e della lingua greca grazie anche al fatto che le divinità greche e quelle romane erano omologhe mentre i riti e costumi greci, più lascivi, erano più attraenti. Il massimo alleato del Regno Asmoneo e delle molte comunità ebraiche sparse nel Mediterraneo stava cosi assumendo un aspetto culturale ostile all’Ebraismo; gli effetti di questo cambiamento si ebbero poi nei secoli successivi. Le potenze regionali con i quali il Regno Asmoneo doveva confrontarsi e coesistere erano l’Egitto, il Regno dei Nabatei e il Regno Seleucida, ormai ridotto alla sola Siria; una parte dell’Asia Minore – provincia Asia, il regno di Pergamo - era ormai sotto il diretto dominio romano.Non si sa fino a che punto il re Giovanni I° Hircanos e i suoi consiglieri fossero consapevoli della debolezza dell’alleanza con Roma e quindi del pericolo di perdere l’indipendenza. E’ vero che Giovanni I° Hircanos negli anni del suo regno aveva concluso due trattati con Roma per rinnovare l’alleanza ma le parti contraenti erano da una parte il Senato di Roma ma dall’altra solo il Popolo Giudaico, rappresentato dal Sommo Sacerdote e non da un re. Certo, per i fini giuristi romani, Giovanni I° Hircanos quale Sommo Sacerdote poteva parlare a nome sia della Giudea che delle comunità ebraiche sparse intorno al Mediterraneo mentre come re poteva parlare solo in nome del Regno di Giudea. Non risulta quindi che Roma abbia riconosciuto il Regno di Giudea quale stato indipendente, pur tollerandone la politica espansionistica, resa possibile dal disfacimento del regno seleucida. Infatti Roma, come già fatto per gli altri regni ellenisti, era solita dare tempo alle varie fazioni e opposizioni di formarsi e di minare la stabilità di uno stato cliente; in Giudea ciò avvenne nell’arco di circa sessanta anni. In Giudea e negli altri regno vassalli, le lotte fra le varie fazioni erano legate, in qualche modo, alle contese fra i vari gruppi a Roma. Di questi, alcuni erano favorevoli a mantenere i patti con i re clienti/vassalli/alleati mentre altri tendevano a trasformare questi regni in province romane con possibili confische di terre da concedere ai vari veterani e con tassazioni di rapina a carico delle città. Intanto la Giudea godeva dell’indipendenza; protagonista della quale era la generazione “dei figli”: - Giovanni I° Hircanos, figlio dell’ultimo dei Fratelli Maccabei Simone, aveva combattuto solo nella fase finale della lotta per l’indipendenza e non poteva avere l’esperienza dello slancio iniziale. - La generazione dei figli delle famiglie dell’aristocrazia (laica e religiosa) e dell’alta borghesia cittadina aveva comunque acquisita la cultura greca e costituiva quindi un serbatoio di persone qualificate per la riorganizzazione dello stato, che doveva venire amministrato; dell’esercito, che doveva venire adeguato alla sofisticata arte militare greca delle temibili macchine belliche; del sistema economico che doveva competere in uno scenario economico, quasi globalizzato, dove la lingua di lavoro era il greco. Questo ceto era unito nel partito dei Sadducei. - La nuova generazione dei figli della piccola borghesia urbana (artigiani, piccoli commercianti, ortolani, copisti e scribi) era succeduta ai “devoti” che all’epoca di Giuda Maccabeo erano stati i primi a ritornare alle proprie occupazioni pacifiche e – grave – avevano creduto di poter arrangiarsi, come già detto, con i funzionari seleucidi e col Sommo Sacerdote Alkimos. Questo ceto,rappresentato dal partito dei Farisei, pensava che il Regno dei Cieli dovesse essere separato dal mondo circostante e non comprendeva quindi i rischi economici e sociali connessi ad una eventuale trasformazione della Giudea in provincia romana. Questa netta divisione del popolo in partiti nettamente contrapposti era il primo dei punti deboli del Regno degli Asmonei. Il partito dei Sadducei considerava la Torah un insieme compiuto di norme alle quali attenersi mentre quello dei Farisei dava grande importanza anche alla tradizione orale. Ma chi governa deve, normalmente, fare riferimento ad un insieme chiaro e compiuto di norme, quale è appunto la Torah, mentre una tradizione orale di opinioni libere di interpreti, spesso in contrasto fra loro, porta, invece, all’incertezza giuridica e quindi al disordine e all’arbitrio. Il secondo punto debole era la presenza – in seguito a conquiste e annessioni di territori – di città con popolazione non ebraica, essenzialmente greca, convinta di poter ottenere vantaggi da una possibile trasformazione della Giudea in provincia romana. La politica di espansione territoriale veniva motivata con l’esigenza di ristabilire i confini del regno di David e Salomone senza però tenere conto del fatto che, ormai, la maggioranza del popolo ebraico viveva nelle varie comunità della Diaspora. Giovanni I° Hircanos (135/104) seguitò la politica di espansione territoriale e quando morì dopo 31 anni di governo lasciò uno stato che comprendeva oltre alla Giudea vera e propria, ad ovest le città costiere più importanti, al nord la Samaria e la Bassa Galilea, ad est alcuni territori oltre il Giordano e al Sud l’Idumea. Giovanni I° Hircanos inizialmente era amichevole verso i Farisei. La rottura divenne inevitabile quando un esponente fariseo lo oltraggiò con la diceria su sua madre fatta prigioniera sotto Antioco IV° Epiphanes e pertanto lui non sarebbe stato idoneo alla dignità e alle funzioni di Sommo Sacerdote. Gli altri Farisei non seppero prendere le dovute distanze da quell’offesa. Si ha pure notizia di una rivolta dei Farisei, repressa dalle truppe di Giovanni I° Hircanos. Con la terza generazione che succedette sia a Giovanni I° Hircanos che ai suoi nemici farisei: dagli oltraggi verbali si passò alle contestazioni violente nel Tempio e alla guerra civile. Il primo successore di Giovanni I° Hircanos fu il figlio primogenito Aristobulo I° Giuda (104/103) che conquistò il nord della Galilea. Alla sua morte, la vedova Salome Alessandra decise di sposare il terzogenito di Giovanni I° Hircanos, Alessandro Iannait/Gionata (103-76) che seguì una politica di espansione territoriale – con vittorie e sconfitte – resa possibile dal relativo disinteresse da parte di Roma, scossa dal confronto fra Maio e Silla, dalla Guerra Sociale in Italia, dalle prime due guerre con Mitradates VI° di Ponto nell’Asia Minore, ribellione della provincia Asia (con una strage di coloni romani) alla quale aderirono alcune città greche – l’ultima rivoluzione antiromana dei greci – e una guerra civile fra il ceto senatorio e il ceto popolare. L’attacco contro la città di Acco portò all’intervento dei Tolomei, che all’epoca dominavano anche su Cipro. La regina Cleopatra III° d’Egitto considerò anche la possibilità di riconquistare la Giudea – gesto che avrebbe però provocato un intervento romano - ma venne dissuasa dal suo generale Anania della dinastia sacerdotale di Onias del Tempio di Leontopoli. Si ebbe quinid un accordo di pace fra Cleopatra III° e Alessandro Iannait che quindi si convinse di poter continuare la sua politica di espansione territoriale. E’ ipotizzabile che l’accordo di pace fra sovrani coincida con un accordo tra le due dinastie sacerdotali: degli Onias e degli Asmonei. Alessandro Iannait poté cosi conquistare alcune città costiere tra cui Gaza come pure espandere il proprio dominio verso est con la conquista della città di Gadara a sud est del Lago Kinereth. Altre campagne di conquista oltre il Giordano portarono la Giudea al primo conflitto con il regno dei Nabbatei. Il re Obedas riuscì a sconfiggere Alessandro Iannait in una terribile battaglia. Questa sconfitta del re incoraggiò, forse, i Farisei ad organizzare contestazioni violente nel Tempio, represse dai soldati, che poi diedero avvio ad una guerra civile. Su questi fatti si hanno due versioni: La prima parla di una contestazione il Giorno di Kippur al momento che Allessandro Iannait, quale Sommo Sacerdote, dove implorare il Perdono dei Peccati. La seconda, invece, descrive il lancio di etroghim da parte dei fedeli convenuti nel Tempio per Sukkoth, proprio quando Alessandro Iannait – quale Sommo Sacerdote - si apprestava a celebrare il Sacrificio. Aver incitato una folla di decine di migliaia di fedeli ad atti di contestazione nel Tempio, e proprio nel momento culminante della giornata, costituì una gravissima responsabilità, sia per il sacrilegio compiuto che per aver provocato il prevedibile l’intervento dei soldati. La guerra civile durò otto anni; chiamato da quella parte dei Farisei che ad ogni cosa anteponeva gli interessi di partito, intervenne anche il seleucida Demetrio III°. La vista del re in fuga sulle montagne dopo la sconfitta fece riflettere molti sull’assurdità della situazione: il successore di Antioco IV° Epiphanes chiamato proprio dai “devoti” contro il pronipote di Mattatia Asmoneo. Dopo il ritiro di Demetrio, a sua volta in lotta con alcuni pretendenti rivali, la guerra civile volse a favore di Alessandro Iannait che alla fine, per vendetta, fece giustiziare circa 8OO oppositori; altri andarono in esilio. Nei rotoli di Qumran si accenna ad un “sacerdote empio” che perseguitava il “maestro di giustizia”; molti ritengono che si alluda proprio ad Alessandro Iannait. Alessandro Iannait, dopo aver messo a tacere l’opposizione riprese le sue campagne e entrò in conflitto con il nuovo re dei Nabbatei, Aretas con danni economici per la Giudea. Infatti, con Gionata e Simone il porto di Giaffa era stato inserito nella via commerciale del commercio carovaniero della “via delle spezie” che dall’Arabia Felix (Regno dei Sabei) lungo la costa del Mar Rosso portava merci pregiate verso il Mediterraneo, traversando anche il Regno dei Nabbatei. In tutti i regni attraversati dalle carovane i dazi di transito costituivano un’importante fonte di entrate fornendo i mezzi per mantenere in efficienza le opere di irrigazione garantendo un certo livello di benessere in tutta la regione. Alla morte di Alessandro Iannait nell’anno 76 lo stato aveva raggiunto la sua massima estensione territoriale ma era debole sia per la lotta fra i partiti che per la presenza entro i suoi confini di varie minoranze infide. Il governo venne assunto dalla vedova, Alessandra Salomè (76-67) che nominò il suo primogenito, Hircanos, Sommo Sacerdote e iniziò una politica tanto favorevole ai Farisei che alcuni Sadducei, appoggiati dal secondogenito Aristobulo, chiesero garanzie per la propria sicurezza. Sul piano internazionale Alessandra Salomè, con saggia prudenza, si astenne da ulteriori imprese militari di conquista. Infatti la Terza Guerra di Ponto si risolse, alla fine, con la vittoria di Roma che poté istituire la nuova provincia di Ponto e Bitinia e ampliare quella di Cilicia. La maggior parte dell’Anatolia in quegli anni passò quindi sotto il diretto dominio di Roma. Tigranes dell’Armenia, che era intervenuto nella terza Guerra di Ponto in appoggio del suocero Mitradates, avviò anche una spedizione contro la Giudea e il Regno dei Nabbatei. Sembrò saggio sventare il pericolo con una donazione di oro prima dell’intervento delle legioni di Luculus. A Roma da una parte si ebbe la rivolta degli schiavi sotto la guida di Spartaco e dall’altra una dura lotta fra varie fazioni di senatori e cavalieri. Al termine di queste lotte emerse la figura di Pompeo, che venne inviato in Oriente prima per affrontare Tigranes dell’Armenia e per “ristabilire l’ordine”. Nello stesso anno 67 a. e. v. morì Alessandra Salomè e l’inevitabile conflitto per la successione fra Hircanos, appoggiato dai Farisei, e Aristobulos, appoggiato dai Sadducei che già in precedenza avevano occupato molte fortezze. Hircanos venne sconfitto e Aristobulo II° (67-63) divenne Sommo Sacerdote e re. Al debole Hircanos II°, si propone quale consigliere l’Idumeo Antipater inducendolo a rivolgersi al re dei Nabbatei, Aretas, disponibile ad intervenire in cambio della restituzione delle 13 città annesse da Alessandro Iannait. Aristobulo quindi venne sconfitto ed assediato a Gerusalemme. Sembrava la vittoria di Hircanos II°, del re nabbateo Aretas e dell’idumeo Antipater, il cui ruolo effettivo costituisce un mistero della storia, materia per congetture. Pompeo, che era ancora impegnato nella guerra contro Tigranes d’Armenia, nello stesso anno 64 inviò il proprio luogotenente Scaurus in Siria che, con l’aggiunta della Fenicia, venne trasformata in provincia dopo aver deposto l’ultimo re seleucida Antioco XIII°. I romani, giunti ormai al confine della Giudea, seppero sfruttare molto bene le lotte fra i fratelli Hircanos II° e Aristobulo II°. Scaurus, in certo senso sull’esempio di Antioco IV° Epiphanes, ricevette le delegazioni dei gruppi rivali che gareggiavano nell’offrire denaro ma poi, ritenendo pericolosa per Roma l’alleanza fra Aretas e Hircanos, decise in favore di Aristobulo II° che sconfisse Hircanos II° e Antipater. Nell’anno 63 a.e.v. Pompeo si recò personalmente a Damasco dove ben tre delegazioni ebraiche cercarono di ottenere il suo appoggio: oltre a quelle di Hircanos e di Aristobulos si presentò anche una - “del popolo”- dei Farisei che chiesero espressamente l’abolizione del regno. Pompeo non prese decisioni ma ammonì, ipocritamente, le tre parti a mantenere la calma fino a quando avrebbe avuto il tempo necessario per sistemare le cose in Giudea. Aristobulo si convinse di poter a ritornare in Giudea, venne però inseguito con grandi forze da Pompeo, che aveva considerato questa partenza quale disubbidienza. Seguì un incontro nella fortezza di Alexandrium; Pompeo, però, ad un certo punto troncò la discussione ordinando la consegna delle fortezze. Aristobulo, anche se riluttante, diede gli ordini ai comandanti delle fortezze, ma si ritirò a Gerusalemme per prepararsi forse alla guerra. Ma nei pressi di Gerico Aristobulo incontrò nuovamente Pompeo che lo aveva inseguito promettendo sia l’ingesso a Gerusalemme che denaro. Aristobulo II° non era più in grado di imporre ai propri seguaci di accettare questo patto di resa e i suoi sostenitori chiusero l’ingresso di Gerusalemme di fronte ai romani, forse confidando nella venuta vittoriosa del Messia alla fine dell’anno giubilare 64/63, ad un secolo dall’’ingresso di Giuda Maccabeo. Il popolo di Gerusalemme si trovò diviso fra i sostenitori di Aristobulos, che si ritirarono sul Monte del Tempio, dove vennero assediati per circa tre mesi dai Romani, e quelli di Hircanos i quali, invece, aprirono la città a Pompeo. Quando Pompeo mosse l’attacco finale contro il Tempio molti dei difensori, seguaci di Aristobulo, vennero uccisi dai seguaci di Hircanos. Pompeo con il suo seguito pretese di entrare nel Tempio, anche nella parte più sacra;. ma senza saccheggi, si limitò ad imporre un pesante tributo. Nei giorni successivi, ormai su ordine di Pompeo, il Tempio venne pulito dalle impurità lasciate dalla battaglia e venne ripresa la celebrazione dei riti. La Giudea aveva perso l’indipendenza e venne ridotta alla sola zona di Gerusalemme e parte della Galilea, ma senza contiguità territoriale. Le città costiere ebbero la “libertà” che significava la dipendenza diretta dal governatore della Siria. Hircanos II° venne nominato “etnarca”, titolo creato specificamente nei trattati di amicizia con Roma conclusi dai suoi predecessori. Antipater, rimasto al suo fianco come “consigliere”; di fatto si impadronì del governo e, importante, delle trattative con i Romani. Dalla liberazione di Gerusalemme, con la riconsacrazione del Tempio, nell’anno 164 da parte dei Maccabei, era passato circa un secolo. Invece del suono delle trombe annuncianti la venuta del Messia ( di cui a Sanhedrin 97/a ) negli ultimi mesi dell’anno giubilare 64/63 nell’area del Tempio si sentirono le grida di una sanguinosa battaglia fratricida. La libertà che era stata data per i meriti dei Maccabei e dei loro compagni di lotta andò perduta per le colpe dei loro nipoti e pronipoti. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ GENEALOGIA DELLA DINASTIA DEGLI ASMONEI MATTATIA (morto 166) ------------------------------------------------------|------------------------------------------------------ JOCHANAN SIMONE (143/135), GIUDA (morto 161), ELEAZAR, GIONATA (161/143) -------------------------! -------------------------------- ----------------|------------- GIOVANNI I° HIRCANOS (135/104), Mattatia (m.135) Giuda (m. 135) Due figli, morti 143 ------------------------------|------------------------------- ARISTOBULO I° GIUDA (1047103) Antigono, ALESSANDRO IANNAIT (103/76) SPOSA. ALESSANDRA SALOME’ (76/67) ---------------------|------------------------------ ARISTOBULO II° (67/63), HIRCANOS (63/40, giustiziato. 30) -----------------------|------------------------- --------------------------|---------------- Alessandro (morto. 49 o 48), ANTIGONUS MATTATIAS (40/37) Alessandra -----------------------------------|---------------------------------- ARISTOBULO III° (morto 35), MARIANNE (giustiziata 29) Sposa ERODE (37/4) NOTA: IN GRASSETTO: Coloro che hanno assunto la guida della lotta oppure il governo. In parentesi gli anni di inizio e di fine del ruolo di guida o di governo. IN NORMALE: Altri personaggi noti dalle fonti. ANTIGONUS MATTATIAS: Vengono indicati l’anno di inizio e di fine della sua guida di una lotta antiromana in alleanza con i Parti. PER CHI VOGLIA APPROFONDIRE: Questa breve nota si basa su ricerche in vari testi ma i dati ricavati sono stati interpretati con lo spirito della Fede. Si nota spesso la tendenza degli storici di ridurre tutto a mere leggende o ad esagerazioni retoriche. Si notì che il 1° e il 2° LIBRO DEI MACCABEI non sono stati inclusi nel Canone Ebraico; è opinione di chi scrive che una delle ragioni di questa esclusione sia stata la mancanza dei relativi testi originali in ebraico. Sono state seguite, in particolare, due opere relativamente recenti: PETER SCHAEFER: GESCHICHTE DER JUDEN IN DER ANTIKE – disponibile anche in edizioni inglese e francese – per il periodo da Alessandro Magno alla conquista araba. LESTE L. GRABBE: JUDAISM FROM CYRUS TO HADRIAN. Inoltre, fra opere accessibili, sono stati consultati: DER NEUE PAULY - Nuova edizione del noto dizionario dell’antichità, in tedesco. DOMENICO MUSTI: STORIA GRECA, Gius. Laterza e Figli 1989 e CDE 1990. SIEGFRIED LAUFER: DATEN DER GRIECHISCHEN UND ROEMISCHEN GESCHICHTE, dtv. N° 3275, Date della storia greca e romana.


Fonte:
Wulf Murmlstein

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